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	<title>Ricerca scientifica Archivi - ASTW</title>
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	<description>BRIDGING IDEAS, WORDS, AND VISION</description>
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	<title>Ricerca scientifica Archivi - ASTW</title>
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		<title>Le competenze dei post-editor: suggerimenti dalla ricerca scientifica</title>
		<link>https://www.a-stw.com/competenze-post-editor-ricerca-scientifica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Gaffuri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Apr 2021 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca scientifica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il post-editing è decisamente diverso rispetto a una traduzione “tradizionale”. Così come ci sono differenze intersoggettive, in termini di qualità e tempo, per portare a termine una traduzione, allo stesso modo si notano spesso notevoli differenze tra i post-editor nel completare con successo un lavoro di post-editing. Ma cosa differenzia, a parità di qualità del [&#8230;]</p>
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<p>Il post-editing è decisamente diverso rispetto a una traduzione “tradizionale”. Così come ci sono differenze intersoggettive, in termini di qualità e tempo, per portare a termine una traduzione, allo stesso modo si notano spesso notevoli differenze tra i post-editor nel completare con successo un lavoro di post-editing. Ma cosa differenzia, a parità di qualità del testo post-editato, un post-editor veloce da un post-editor relativamente più lento?</p>



<p>Non è una domanda oziosa, su di essa si sono infatti concentrati diversi studi, a cavallo tra la linguistica e le neuroscienze. L’interesse accademico per questi argomenti può, infatti, dare spunti importantissimi su quali competenze, “trucchi” e capacità dovrebbe avere un post-editor per essere produttivo. Se è del tutto ragionevole prevedere che in un prossimo futuro la stragrande maggioranza dei flussi di lavoro passerà attraverso la <em>Machine Translation</em>, ne consegue che la capacità di rendere profittevole il tempo di post-editing è un aspetto cruciale per tutti i linguisti. Considerate, infatti, le tariffe generalmente più basse riconosciute ai post-editor, la variabile tempo è quella su cui agire per produrre di più. In termini di fatturato, nell’unità di tempo. Quindi quali sono i suggerimenti che la ricerca scientifica può già oggi dare a chi volesse diventare un post-editor bravo (e veloce)?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli studi scientifici e il lavoro del post-editor</h2>



<p>Nella letteratura scientifica sono stati sviluppati diversi metodi per valutare l’<em>effort</em> di post-editing di un testo. Alcuni di essi consistono essenzialmente in metriche che misurano il numero di modifiche apportate e normalizzate per il numero totale di parole. Se, in generale, tali metriche si correlano bene con la qualità dell’output della soluzione di <em>Machine Translation</em> utilizzata, è stato evidenziato come in taluni casi lo sforzo cognitivo del post-editor non si correla bene con il numero di modifiche apportate. Vi possono essere modifiche di piccola entità che, tuttavia, consumano un tempo sostanziale (e quindi impongono un maggiore sforzo cognitivo al traduttore), e viceversa. Chiarire meglio il fabbisogno e lo sforzo cognitivo richiesti ai post-editor e individuare le strategie che i post-editor migliori e più veloci pongono in atto per completare il lavoro potrebbero dare dei suggerimenti più scientificamente e pragmaticamente fondati.</p>



<p>Da alcuni studi emerge che i post-editor più veloci utilizzino meglio l’output della macchina facendo un numero maggiore di operazioni di copia e incolla (piuttosto che cancellare e riscrivere da capo il testo). Un buon post-editor dovrebbe quindi riuscire a comprendere il funzionamento della macchina, cioè a prevedere abbastanza affidabilmente la qualità dell’output e gli errori più frequenti. Inoltre, la capacità di gestire più velocemente gli errori che impongono al post-editor un maggior sforzo cognitivo (impiegando maggior tempo) è di cruciale importanza. In letteratura emerge come gli errori introdotti dalla macchina che richiedono un maggior sforzo cognitivo siano:</p>



<p>-le espressioni idiomatiche,</p>



<p>-la punteggiatura,</p>



<p>-errori nell’ordine delle parole,</p>



<p>-parole tradotte in modo errato,</p>



<p>-parole mancanti. </p>



<p>I post-editor, anziché dedicarsi con pari attenzione a tutti i possibili problemi, dovrebbero invece focalizzarsi su questo tipo di errori e affinare le loro capacità cognitive per individuarli e risolverli prontamente.</p>



<p><a href="https://www.a-stw.com/staff/domenico-lombardini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Domenico Lombardini</a></p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h4>



<p><a href="https://kilthub.cmu.edu/articles/journal_contribution/Cognitive_Demand_and_Cognitive_Effort_in_Post-Editing/647326." target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cognitive Demand and Cognitive Effort in Post-Editing</a></p>



<p><a href="https://www.semanticscholar.org/paper/Post-editing-Time-as-a-Measure-of-Cognitive-Effort-Koponen-Aziz/717b0220273e8b4916d9e15573570cc3116b4627" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Post-editing Time as a Measure of Cognitive Effort</a></p>



<p><a href="https://core.ac.uk/download/pdf/11310916.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pauses as Indicators of Cognitive Effort in Post-Editing Machine Translation Output</a></p>
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		<title>Le frodi scientifiche sono inevitabili?</title>
		<link>https://www.a-stw.com/le-frodi-scientifiche-sono-inevitabili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[juxycl]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2016 09:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Frodi scientifiche]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca scientifica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scienziati o narratori? Le frodi scientifiche sono inevitabili?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>[vc_row][vc_column offset=&#8221;vc_col-lg-9 vc_col-md-9&#8243; css=&#8221;.vc_custom_1452702342137{padding-right: 45px !important;}&#8221;][vc_custom_heading source=&#8221;post_title&#8221; use_theme_fonts=&#8221;yes&#8221; el_class=&#8221;no_stripe&#8221;][stm_post_details][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1555594472182{margin-bottom: 20px !important;}&#8221;]«La modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere». Così Jacque Monod, biologo molecolare francese e premio Nobel, nella prefazione al suo Il caso e la necessità. Ma cosa è “modestia” quando si parla di ricerca scientifica? E che cosa intendeva Monod con questo termine? Forse che il ricercatore, nel suo lavoro, deve avvicinare il suo oggetto di studio non già con un intento manipolatorio, fagocitante, narcisistico, bensì con l’occhio di chi è conscio, prima di tutto, della possibile fallacia della propria osservazione, una fallacia ontologica, cioè connaturata all’intelligenza dell’uomo e alle sue indagini strumentali?</p>
<p>Se così fosse, il ricercatore sarebbe colui che studia il suo particolare mondo sotto indagine, mantenendo con esso uno iato indispensabile, quasi avendo una specie di pudore nel riportare, poi, quanto quel mondo gli ha suggerito. Questa persona dovrebbe provare anche un “orrore sacro” di trasgredire dal metodo scientifico: un super ego che ha introiettato negli anni di formazione, quale risultato di una formazione etica piuttosto che accademica, dovrebbe preservarlo da forme di comportamento eticamente scorrette.</p>
<p>Egli dovrebbe riportare di quel mondo, esserne intermediario e cassa di risonanza, e basta. Di quella eco nulla dovrebbe riverberare dal suo ego, se non quel poco che è necessario a divulgare, difendere e rendere credibili presso il pubblico e la comunità scientifica i dati della ricerca.</p>
<p>In altri termini, il ricercatore non dovrebbe desiderare di strumentalizzare e piegare i risultati del suo lavoro per trarne soltanto una forma di soddisfacimento (pulsionale, narcisistico, economico, lavorativo, ecc.), pena la potenziale messa in discussione della mission della scienza, ossia la ricerca della verità (scientifica).</p>
<p>Ne viene che certa prurigine di protagonismo o smania di carriera è nociva alla scienza perché offre un substrato fecondo allo sviluppo di illeciti e condotte biasimevoli, di cui le frodi scientifiche sono l’esempio più clamoroso.</p>
<p>Qui vorrei soffermarmi maggiormente sugli aspetti psicologici individuali, sulle pressioni sociali e su alcune peculiarità epistemologiche della ricerca biomedica che, di concerto o ciascuno individualmente, possono concorrere allo sviluppo di condotte, quali quelle delle frodi scientifiche, considerabili veri e propri comportamenti antisociali, ove qui la società di riferimento è in primis quella scientifica e in secondo luogo la società tutta.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Questioni di definizione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una definizione preliminare di frode scientifica potrebbe essere la seguente: «l’inserimento surrettizio e fraudolento di nozioni false nel corpus della conoscenza scientifica ». Tuttavia, la frode scientifica è una trasgressione dai metodi della scienza e non dalla conoscenza  scientifica per sé. È possibile quindi considerare la frode scientifica, laddove si consideri questa come la produzione deliberata di dati, l’estremo di un continuum di condotte più o meno illecite o eticamente questionabili.</p>
<p>Tra queste troviamo il plagio di dati propri o altrui, la duplicazione delle pubblicazioni, il disinvolto inserimento di autori, e comportamenti scorretti in sede di revisione di dati o ricerche altrui. A titolo di esempio, se la produzione di dati inesistenti è certamente il caso più grave, non di meno esistono forme più sfumate di condotta scientifica biasimevole, che ricondurrei all‘adattamento dei dati alle proprie aspettative: i risultati della ricerca vengono quindi oculatamente selezionati (inserendone alcuni, trascurandone altri) per soddisfare la versione narrativa più soddisfacente, piana e gradevole del problema scientifico in oggetto. Secondo quanto sopra, la scienza diventa quindi assimilabile, almeno in parte, a una forma di narrazione, a un genere letterario al pari di altri. La selezione deliberata e disinvolta di certi dati a dispetto di altri (per ottenere, ad esempio, una migliore  significatività statistica), la pubblicazione di gran lunga maggiore di studi con esiti positivi che di quelli con risultati negativi, e la mancata replicazione dei risultati di studi clinici precedenti da parte di nuovi studi (si stima che solo il 44% degli studi clinici più citati nel periodo tra il 1990 e il 2003 siano stati replicati con risultati simili), costituiscono un grave bias della ricerca scientifica.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Perché si bara: “publish or perish”, ma non solo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Innumerevoli possono essere gli elementi predisponenti o alla base dell’emergere di questi illeciti scientifici. I ricercatori sono certamente sottoposti a notevoli pressioni di ordine economico per l’ottenimento dei fondi. Ciò avviene in condizioni di scarsità di risorse e in un sistema in cui le agenzie di finanziamento scelgono il soggetto cui concedere i fondi secondo i noti meccanismi di peer reviewing. Pur tuttavia questo modus operandi, benché valido di principio, sta mostrando evidenti elementi di distorsione, laddove si palesa il conflitto di interessi dei referee nell’accordare un parere positivo a colleghi concorrenti. I ricercatori, inoltre, solo di rado sono liberi di dedicarsi a un proprio argomento di studio liberamente scelto. E, last but not least, vi possono esse importanti fattori soggettivi che concorrono all’emergere di questi comportamenti. Questi “fattori di rischio” di natura psicologica e caratteriale potrebbero essere: una personalità narcisistica, una distorta percezione delle realtà, l’irrazionale convinzione di conoscere in anticipo la risposta al quesito da cui prende le mosse la ricerca, l’inveterato atteggiamento di autoassoluzione dei propri “delitti” adducendo giustificazioni affatto capziose, e anche deliri di onnipotenza. Tutti potrebbero concorrere, in maniera esclusiva o combinata, a preparare terreno fertile allo sviluppo della frode scientifica.</p>
<p>Un’altra considerazione importante attiene alla natura stessa della ricerca biomedica, laddove emerge che la grande maggioranza di questi comportamenti scorretti avviene soprattutto nella ricerca medica e nei campi strettamente correlati e molto meno, per esempio, nella ricerca psicologica e sociale.</p>
<p>Lo statuto epistemologico della ricerca biomedica potrebbe essere proclive all’emergere di questi comportamenti: i sistemi viventi presentano una tale variabilità in termini di risultati e  di outcome che la replicazione di dati pubblicati è già di per se cosa ardua. Da qui  l’emersione, in taluni, della percezione che nessuno potrà mai rilevare la frode, perché difficilmente i ricercatori verificano i risultati altrui. Frequentemente le frodi scientifiche vengono scoperte, infatti, per la presenza di errori madornali nella stessa redazione del manoscritto: figure e immagini copiate da altri lavori già pubblicati, errori di calcolo, dati incoerenti, record di partecipanti di studi clinici del tutto inventati o falsificati, sono tra gli esempi più comuni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In vino veritas (ma non sempre)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resveratrolo è un fenolo non flavonoide della buccia dell’acino d’uva rossa a cui è attribuita una probabile azione antitumorale e antiinfiammatoria. Da alcune ricerche emerge anche un suo possibile effetto benefico nelle patologie cardiovascolari.</p>
<p>Recentemente, uno dei massimi esperti mondiali di questa sostanza e del suo potenziale ruolo nelle malattie a carico del sistema cardiocircolatorio, il dottor Dipak Das, è stato rimosso dal suo incarico presso l’Università del Connecticut per avere inventato i dati  relativi al resveratrolo in dozzine di articoli originali di cui era autore. Il ricercatore ha dovuto inoltre restituire 890.000 dollari ricevuti dalle casse federali. In questi lavori scientifici il resveratrolo sembrava avere un effetto positivo sulla salute cardiovascolare. Pur esistendo una grande quantità di dati (4.000 articoli già pubblicati) in base ai quali il resveratrolo è una molecola con possibili effetti positivi in un’ampia gamma di applicazioni terapeutiche, la frode del dottor Dipak Das ha avuto una notevole eco nella comunità scientifica. Ciò che emerso è che il responsabile dei fatti non aveva nessun conflitto d’interessi (non aveva nessun legame evidente con l’azienda che forniva la sostanza da testare), e inoltre Das ha subito respinto ogni accusa imputatagli portando innanzi una malaccorta quanto strumentale controffensiva in base alla quale l’establishment accademico starebbe macchiandosi di razzismo nei confronti dei ricercatori di origine indiana. Nonostante tutto ciò, la mole di dati sul resveratrolo è tale che, a dispetto dell’annullamento delle ricerche di Das, questa molecola mantiene tuttora potenziali applicazioni terapeutiche, comprese quelle per il trattamento e la prevenzione delle patologie cardiovascolari.</p>
<p>Da questo esempio si evince come sia molto facile l’adulterazione o invenzione dei dati, e che l’azione da parte degli enti di controllo, ivi compresi i referee delle riviste scientifiche, non ha potuto ostacolare la pubblicazione di decine e decine di lavori scientifici falsificati o del tutto inventati. Da questo caso, del tutto a simile ad altri (si pensi alla recente frode scientifica scoperta in Olanda a carico del dottor Diederik Stapel, Università di Tilburg, responsabile dell’invenzione dei dati in dozzine e dozzine di ricerche pubblicate su riviste prestigiosissime), emerge che qualsivoglia misura di deterrenza di queste condotte disoneste è del tutto inefficace e che l’integrità scientifica non può essere imposta  dall’esterno essendo una qualità che attiene alla soggettività di ogni ricercatore.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Scienziati o narratori?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Louis-Ferdinand Céline, al secolo Louis-Ferdinand Auguste Destouches, medico francese  e uno dei massimi romanzieri del secolo scorso scriveva nella sua tesi di laurea dedicata a Ignác FüloÅNp Semmelweis, antesignano dell’asepsi ben prima della microbiologia e di Pasteur: «Il metodo sperimentale non è che una tecnica, infinitamente preziosa, ma deprimente. Esso richiede dal ricercatore un sovrappiù di fervore per non crollare prima di raggiungere il suo scopo, su quello spoglio sentiero che bisogna percorrere accompagnati appunto dal metodo». L’essere umano, aggiunge  Céline, è un essere sentimentale. Il lavoro del ricercatore è costellato da continui insuccessi: la capacità di gestire le frustrazioni è una condicio sine qua non e ciò richiede, come dice Céline, un sovrappiù di fervore che non deve cedere il passo alla ricerca di scorciatoie fraudolente.</p>
<p>Perché la scienza non diventi un genere letterario.[/vc_column_text][stm_post_bottom][stm_post_about_author][stm_post_comments][stm_spacing lg_spacing=&#8221;80&#8243; md_spacing=&#8221;80&#8243; sm_spacing=&#8221;30&#8243; xs_spacing=&#8221;20&#8243;][/vc_column][vc_column width=&#8221;1/4&#8243; offset=&#8221;vc_hidden-sm vc_hidden-xs&#8221;][stm_sidebar sidebar=&#8221;527&#8243;][/vc_column][/vc_row]</p>
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