RUBRICA “REGIONI E DIALETTI”. STAGIONE 1 – PUNTATA 4 “SARDEGNA”

Siamo tornati! Se nella nostra ultima puntata di “Regioni e dialetti” eravamo in Veneto, oggi ci imbarchiamo su un traghetto per scoprire una delle regioni più belle e affascinanti della nostra penisola. Appena sbarcati ci aspettano spiagge mozzafiato, nuraghi e zuppa gallurese, anche se in un periodo particolare, ci troviamo in Sardegna alla scoperta dei suoi segreti e della sua lingua, il sardo.

Da buon amante della comicità italiana, e fan accanito di Aldo Giovanni e Giacomo, non può non venirmi in mente proprio Giovanni (Nico) che urla ai “galapagos(la Gialappa’s band) «il sardo è una lingua, non un dialetto!» Ed è proprio così.

Sardo: lingua o dialetto?

Sì, è vero, ho fatto un piccolo spoiler.

Dal 1997 la legge regionale riconosce all’idioma sardo lo status di lingua regionale. Nello specifico la legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 stabilisce che la lingua sarda sia la lingua della Regione autonoma della Sardegna, pur mantenendo la lingua nazionale come prioritaria.

Successivamente, dal 1999, il sardo è tutelato anche dalla legge nazionale sulle minoranze linguistiche. Con la legge n. 482 del 15 dicembre 1999, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, lo Stato italiano riconosce al sardo lo status di lingua, con proprie strutture sintattiche e grammaticali ed espressioni fonetiche e semantiche autonome, diverse da tutte le altre lingue neolatine. All’interno del testo si evince come sul territorio italiano fossero presenti (e lo sono tutt’ora in realtà) dodici “Minoranze linguistiche storiche”, prevendo per quest’ultime “l’attuazione dell’articolo 6 della Costituzione” e grazie al quale la Repubblica “tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.”

La lingua sarda, nonostante possa contare su circa 1,3 milioni di parlanti è attualmente classificata dall’UNESCO come una lingua in serio pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo gravemente minacciata dal processo di avvicinamento alla lingua nazionale, l’italiano. Il tasso di assimilazione presso la popolazione sarda è ormai alquanto avanzato. La fascia di età considerata “adulta” non sarebbe più capace oggigiorno di portare avanti una conversazione nella lingua isolana e meno del quindici per cento, all’interno della fascia giovanile, ne avrebbe ereditato competenze sostanziali.

Varietà della lingua e disciplina linguistica

La lingua sarda, di ceppo romanzo, può essere distinta in quattro varietà. I glottologi suddividono questo sistema linguistico in:

  • campidanese (parlato nella vecchia provincia di Cagliari),
  • logudorese (diffuso soprattutto nella vecchia provincia di Nuoro),
  • sassarese (parlato tra Sassari e Stintino)
  • gallurese (nell’attuale provincia Olbia).

Se le prime due hanno mantenuto, rispetto alla radice latina, una struttura sintattica e lessicale pressocché invariata, il sassarese e il gallurese, anche per via della posizione geografica, hanno risentito in maggior misura sia degli influssi delle dominazioni di Pisa e Genova sia delle migrazioni corse.

Con la legge regionale n. 22 del 3 luglio 2018, “Disciplina della politica linguistica regionale” la Regione Sardegna non solo si impegna nella massima tutela della lingua sarda, ma si impegna a garantire lo status di lingua ufficiale al sardo, riattivando e promuovendo tutti quei progetti diretti alla trasmissione intergenerazionale delle competenze linguistiche, scritte e orali.

Ma dicevamo, influenze pisane, genovesi e corse. Sì, ma non finisce qui.

Il sardo è la lingua neolatina che più di tante altre ha mantenuto una stretta vicinanza con la base originaria (il latino). Ciononostante, in questo idioma è possibile trovare tracce di lingua greca, ad esempio nei nomi delle città (Olbia), e di spagnolo. Dal 1327 al 1720 la Sardegna è stata infatti sotto il dominio spagnolo, non stupisce quindi che vocaboli come ventana (“finestra”) o calentura (“febbre”), derivino direttamente dalla lingua iberica.

Per oggi mi fermo qui, credo proprio che andrò a rivedermi gli sketch di Aldo Giovanni e Giacomo, alla prossima!

Stefano Gaffuri