Written by ASTW

Differenziare o perire

I traduttori e in generale i cosiddetti “lavoratori della conoscenza” sono a tutti gli effetti delle piccole imprese e come tali devono comportarsi nell’ottica di intavolare una strategia volta a rendere sostenibile sul medio-lungo termine la loro attività. Sebbene non tutte le persone desiderino aumentare il loro volume di lavoro, tanto da dover considerare seriamente la creazione di un’azienda vera e propria, con tutti i pro e i contro del caso, tutti dovrebbero tuttavia entrare nell’ottica di rendersi in qualche modo sempre più competitivi. Una strategia da considerare è di differenziare l’offerta e pertanto di ampliare il ventaglio di servizi offerti.

Se una buona dose di eclettismo e di curiosità è necessaria per tenere la mente aperta alle cose nuove, è ad ogni modo necessario dare una forma più strutturata al proprio processo di evoluzione professionale e quindi seguire, assecondando le proprie inclinazioni, un percorso formativo appropriato.

Il corso di formazione Traduzione, editing e scrittura in ambito medico-scientifico, che si terrà a Milano i prossimi 29 e 30 giugno (formula week-end; 6 ore ogni giorno), offre alcuni buoni spunti utili per differenziare i propri servizi, specie se si è interessati al mondo della scienza e della medicina. Il modulo curato da Elisa Sala (medical writer e divulgatrice scientifica) darà una panoramica sulle tipologie di pubblicazione scientifica e sulle linee guida utili per scrivere testi di contenuto medico-scientifico, da quello più tecnico a quello più divulgativo. Saper adottare lo stile più appropriato è condicio sine qua non per produrre un testo che sia comprensibile al pubblico bersaglio. È quindi necessario coniugare il gusto per la scrittura e conoscenze tecniche di base per non incorrere in banali errori concettuali. Il corso è quindi rivolto non solo a traduttori ma anche a persone con formazione medico-scientifica e umanistica con uno spiccato interesse per la scienza e la medicina.

Il medical writing potrebbe quindi rappresentare un nuovo servizio nell’ottica del differenziamento dell’offerta.

 

Per maggiori informazioni, qui è riportato il programma del corso. Qui è invece la piattaforma attraverso cui è possibile iscriversi.

Il prezzo del corso è 279 euro (IVA inclusa).

Sconti

Le iscrizioni entro il 31 maggio hanno diritto a uno sconto del 15%. Per usufruire dello sconto è sufficiente inserire, in fase di registrazione, il codice djanks,d54235.

Lo sconto del 15% è riconosciuto anche ai soci di AITI, ANITI, TradInFo e Assointerpreti.

Per altre informazioni è possibile inviare una e-mail a training@a-stw.com.

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Paracetamolo o acetaminofene?

La lingua inglese è disseminata di trabochetti in cui gli italiani troppo spesso inciampano. Ovviamente non gli specialisti, ossia i traduttori, che sono ben consci delle sfumature e, ad esempio, dei cosiddetti “falsi amici”. Se è vero che tutti dovrebbero sapere, soprattutto i traduttori, che, ad esempio, il traducente del verbo inglese to pretend non è, in italiano, pretendere né che apology è apologia, è altrettanto vero che esistono falsi amici anche nelle lingue settoriali, come nell’inglese medico.

Via via che ci si libera dei falsi amici più facili, tra l’altro prontamente individuabili con un semplice dizionario (si pensi ad ankle, che non è, ovviamente, anca ma caviglia), ci si accorge che talvolta sorgono dei dubbi difficilmente dirimibili se non si hanno delle nozioni più specilistiche. Un caso tra i tanti è il principio attivo della tachipirina, che in inglese è denominato acetaminophen. Un traduttore, specie se sotto la pressione di una consegna sempre troppo ravvicinata, potrebbe essere indotto a tradurlo acetaminofene e ad andare oltre. Ma acetaminofene non esiste in italiano, perché in italiano il principio attivo della tachipirina è il paracetamolo. Quindi, sebbene acetaminophen e paracetamolo facciano riferimento a una stessa entità molecolare, nondimeno il traducente corretto è paracetamolo, e solo tale termine può essere adottato nei testi in quanto solo tale termine è riconosciuto come corretto dal pubblico italiano.

Altri casi sono silicon, che è silicio e non silicone, concussion, che non è consussione ma trauma, physician che non è fisico, ma medico, drug che non è ovviamente droga ma farmaco, heartburn che è pirosi e null’altro, e così via. Sono veramente centinaia i casi del genere.

Tra gli scopi del Corso di formazione in Traduzione, editing e scrittura in ambito medico-scientifico, che si terrà a Milano i prossimi 29 e 30 giugno 2019, troviamo anche la risoluzione di tali dubbi terminologici, talvolta di difficile soluzione. Per iscriversi, è necessario seguire la procedura guidata, qui.

Importante: è previsto uno sconto del 15% per le per iscrizioni anticipate e per alcune categorie di iscritti (vedi la pagina, alla sezione SCONTI). La tariffa early-bird scade il 31 maggio 2019. Per usufruire dello sconto, è sufficiente inserire il codice djanks,d54235 in fase di registrazione e pagamento.

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Tradurre brevetti: Only the brave

Non si può sapere tutto. Nessuno può avere buone basi di informatica, biochimica, chimica organica, meccanica, elettronica, tali da permettergli di tradurre qualsiasi testo in cui siano presenti tali argomenti. Non si può umanamente pretendere da un traduttore la capacità pressoché totale di gestire lessici così vari, mondi terminologici e modi espressivi così lontani tra loro.

Tuttavia, c’è un settore della traduzione in cui al traduttore è richiesto di avere orecchio per molti campi tecnici, virtualmente qualsiasi ambito tecnologico e scientifico che abbia una potenziale ricaduta industriale. Questo è il campo della traduzione brevettuale.

Alcuni scomodano espressioni altisonanti e magniloquenti quali “l’arte di tradurre brevetti” oppure “l’artigianato della traduzione brevettuale”, ma al netto dell’enfasi e della retorica è innegabile che la traduzione di brevetti sia un compito spesso arduo, talvolta al limite delle possibilità traduttive. Questo perché, essendo la tecnologia oggetto del brevetto all’avanguardia della tecnica interessata, il traduttore non ha spesso molte fonti terminologiche a cui attingere per tradurre il brevetto. Fortunatamente questi sono casi abbastanza rari, e l’uso di termbase, memorie di traduzione e altri riferimenti attendibili sono la maggior parte delle volte più che sufficienti per portare a termine una traduzione degna di questo nome.

Tuttavia, la continua ricerca di nuovi glossari, la compulsione spesso ossessiva di dizionari, la ricerca di nuovi termini da usare per rimpinguare i propri termbase sono chiari sintomi di una malattia che spesso colpisce ogni traduttore brevettuale, una patologia, rientrante e pieno titolo nei disturbi compulsivo-ossessivi, che potremmo indicare lessicomania, malattia di cui tra il serio e il faceto si dichiarava affetto Edoardo Sanguineti. Ogni bravo traduttore di brevetti è un lessicomane, un collezionista ossessivo di termini, un compulsatore solitario di vocabolari, un maniaco dell’esattezza terminologica.

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Traduzione automatica e pregiudizi neoluddisti

Si sta avvicinando la data del prossimo Workshop “Traduzione automatica e post-editing”, che si terrà a Genova il 28 aprile (maggiori informazioni in questa pagina). In occasione dell’organizzazione dell’evento, scambiando opinioni e ricevendo riscontri da potenziali partecipanti, o anche da semplici curiosi, si è confermata, ahimè, l’impressione che venivo maturando in questi anni, ossia che la traduzione automatica, in Italia, è ancora un oggetto oscuro, un tabù cui rivolgere strali e contumelie.

Il traduttore ha in definitiva paura che il suo lavoro venga o sostituito o reso oltremodo alienante dalla Machine Translation (MT). Queste opinioni sono addotte, ça va sans dire, da persone che non usano la MT, o che ne hanno una visione assai approssimativa, se non caricaturale. Lungi dall’essere adoratori acritici delle nuove tecnologie, noi di ASTW abbiamo dimostrato, con il lavoro di tutti i giorni, che il lavoro del traduttore può trarre grandi benefici dall’uso della traduzione automatica, tra cui:

  • numero minore di battute alla tastiera (con miglioramento della salute delle articolazioni di polso e gomito)
  • maggior numero di lavoro nell’unità di tempo
  • maggior controllo sulla coerenza terminologica
  • miglioramento progressivo dell’output del motore di traduzione
  • riduzione della curva di apprendimento del traduttore in erba

 

Usando la MT e strumenti di traduzione assistita al computer possiamo garantire qualità e produttività, ed essere (cosa non trascurabile) competitivi in termini di prezzo. È l’esperienza (l’empiria, direbbero i filosofi della scienza) e solo questa che dovrebbe informare le nostre opinioni. Il lavoro del traduttore, è vero, è cambiato molto dall’introduzione dei mezzi informatici, così come cambiò il lavoro dei tessitori all’introduzione del telaio meccanico o la manifattura all’introduzione del lavoro fordista. La sfida è quella di non subire passivamente questi sviluppi tecnologici, per coglierne invece le potenziali opportunità.

Il futuro del traduttore sarà sempre più quello di post-editor di testi tradotti da una macchina: al traduttore sarà quindi richiesta una conoscenza approfondita dell’argomento della traduzione e la capacità di gestire al meglio la traduzione automatica e il suo output: competenze che solo gli anni, l’impegno e la formazione possono affinare.

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Intervista a Gabriele Lo Iacono, psicologo e traduttore

Abbiamo intervistato Gabriele Lo Iacono, psicologo e traduttore, che ha curato per noi il corso Tradurre la psicologia.

  1. La psicoterapia (anche se sarebbe meglio dire le psicoterapie) è, in ultima analisi, una terapia della parola (soprassediamo qui sui vari orientamenti che si è data la psicologia negli ultimi decenni; si pensi ad esempio al cognitivismo, il comportamentismo ecc.): un lavoro con e sulla parola. Da qui, forse, il tuo interesse per la traduzione?

Non avevo mai pensato a questo nesso fra psicoterapia e traduzione. Però in effetti sono entrambe attività basate sulla parola e io sono sempre stato uno che ama comunicare, conoscere le esperienze altrui, raccontare, giocare con le parole, scoprirne le origini, i significati, le parentele…. Ho sempre pensato che la continuità fra l’interesse per la psicologia e l’interesse per la traduzione, nel mio caso, stesse nel fatto che l’attività di traduttore (di psicologia e materie affini) mi consente di continuare a studiare e a riflettere su questa materia che mi ha sempre incuriosito…

  1. Ci sono àmbiti e discipline che necessitano uno studio lungo e approfondito per coglierne appieno implicazioni e significati: talvolta argomenti sui generis, con terminologia tanto astrusa quanto irreperibile (nonostante le vaste risorse terminologiche disponibili), richiederebbero uno specialista in materia, almeno in fase di revisione del testo tradotto (con un aggravio del prezzo finale per il cliente…). Pensi che queste problematicità siano anche valide per le traduzioni in àmbito psicologico?

Senza dubbio. Molti testi di psicologia, specialmente quelli rivolti a studenti universitari e professionisti del settore, sono pieni di ambiguità interpretative e riferimenti impliciti a teorie psicologiche, metodi di ricerca, aspetti della teoria della misurazione e della psicometria e procedimenti di analisi dei dati. Solo una persona che conosce bene la materia può coglierli, interpretarli correttamente e renderli in italiano. Sebbene il linguaggio della psicologia sia in continua evoluzione – e non solo per i reali progressi della ricerca ma anche per esigenze di commercializzazione di nuovi metodi di intervento, per cui concetti arcinoti vengono propagandati con etichette nuove – credo che il lessico sia un problema, ma non il principale per un traduttore. È più difficile afferrare i concetti, anche perché spesso gli autori non si spiegano bene.

  1. Uno specialista in materia, tuttavia, spesso non ha le competenze linguistiche, diciamo anche quell’estro e quel gusto per la lingua, che gli permetterebbero di tradurre bene un testo: acribia, bagaglio lessicale, preparazione accademica, proprietà di scrittura. È del tutto evidente che una persona che compendiasse in sé tutte queste caratteristiche dovrebbe essere pagato “a peso d’oro” ….

Sono d’accordo con te. Un conto è capire il testo in inglese, altro è renderlo in modo corretto, leggibile e possibilmente gradevole e interessante. Prendiamo il caso del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, il manuale di psichiatria più usato al mondo: viene aggiornato periodicamente e ogni volta in Italia viene fatto tradurre a universitari. La curatela è affidata a grandi luminari. Il risultato è al limite dell’illeggibilità e viene da dubitare fortemente che chi l’ha tradotto conosca bene l’inglese (americano). Quantomeno se lo conosce non lo sa rendere in italiano in forma scritta. Io credo di compendiare le caratteristiche che hai elencato, ma come tutti i traduttori mi devo accontentare di quello che gli editori mi offrono. Qualcuno, per fortuna, riconosce il valore dell’unione di queste qualità e mi offre un riconoscimento adeguato per il mio lavoro.

  1. La traduzione è un processo creativo per eccellenza, ma il grado e la natura di creatività necessari al traduttore variano di molto a seconda del testo da tradurre. In anni recenti, le tecnologie hanno offerto approcci vòlti all’automatizzazione del processo traduttivo con risultati spesso dipendenti dal tipo di testo dato in pasto a queste “macchine”. Sembra che le macchine di traduzione (alludo a quelle statistiche) funzionino bene, talvolta molto bene con i testi tecnici, ma che ciò non si possa dire con i testi che richiedono al traduttore un certo grado di creatività, anche minimo.

Il mio rapporto con la tecnologia in genere non è molto positivo. Sono convinto infatti che molti strumenti tecnologici e automatismi di cui siamo circondati ci impoveriscano umanamente e materialmente: ci rendono sempre più incapaci e insoddisfatti, e sempre più dipendenti da macchine che richiedono spese continue e che ci impongono sequenze di azioni prefissate.  Per non parlare della qualità dell’assistenza e della comunicazione con i “tecnici” deputati alla vendita e alla manutenzione. Ma questo è un discorso lungo e un po’ fuori tema.

Ho provato a usare due cat tool e mi hanno solo intralciato nel lavoro. Quelli che ho provato ostacolano la visione d’insieme del testo e la creatività nella ricerca di soluzioni traduttive. Per quanto riguarda invece i software di traduzione, devo dire che conosco solo Google, e quando una traduzione è fatta coi piedi spesso di dice che sembra fatta da Google. Per la mia esperienza – che è limitata alla psicologia, pedagogia, psichiatria, filosofia e un po’ di narrativa e di storia – la creatività è sempre in gioco nella traduzione. Credo che il traduttore debba tradurre il senso delle unità di testo, non le parole. E il senso di una frase dipende da molti fattori. Il primo sono le intenzioni comunicative dell’autore. Ci dobbiamo sempre chiedere quali siano. E poi dobbiamo anche metterci nei panni del lettore e avere cura di trasmettere il senso in modo non solo comprensibile e fedele ma a volte anche curando anche altri aspetti. Quindi è in gioco anche l’empatia, una parola abusata che si riferisce a una facoltà tipicamente umana. Potrà un software fare tutto questo un giorno? Io sono abbastanza scettico. 

  1. Cosa ti senti di consigliare, oltre a seguire un eventuale corso di formazione, a chiunque volesse avvicinarsi al mondo della traduzione di testi di psicologia?

Come spiego nel corso, esistono varie tipologie di testo psicologico. Alcune sono accessibili anche a traduttori che conoscono poco la materia, altre no. Oggi tradurre psicologia dall’inglese significa spesso tradurre testi basati su una visione scientifica che dà ampio spazio alla metodologia della ricerca, agli strumenti e alle tecniche di analisi dei dati, alla teoria della misurazione e alla psicometria. Sono settori che implicano la conoscenza di certi concetti che non si afferrano andando a buon senso. E poi la maggior parte dei testi di psicologia fa riferimento implicitamente alla storia della psicologia, magari anche recente, e ai temi classici della ricerca in certi ambiti. Quindi il primo consiglio è il più ovvio: crearsi delle solide basi in campo psicologico leggendo molti libri. Magari partendo da manuali di metodologia della ricerca o da sintesi della psicologia generale e sociale. Un’altra buona idea può essere farsi un’idea generale della disciplina leggendosi uno o due manuali per i licei.

 

Laureato in psicologia e specializzato in psicoterapia cognitivo-comportamentale, Gabriele Lo Iacono traduce testi dall’inglese da oltre vent’anni.

Written by Letizia Merello

Post-editing: oltre il luogo comune

Il post-editing della traduzione automatica, spesso “snobbato” perché ritenuto una soluzione di scarsa qualità, rappresenta invece in molti casi un’opportunità per ridurre tempi e costi ottenendo comunque risultati ottimali.

Non tutti i tipi di testo si prestano a questo approccio: in linea di massima sono da privilegiarsi i testi lineari e non particolarmente discorsivi, con numerose ripetizioni. Un esempio pratico? La traduzione automatica funziona meglio su un testo tecnico piuttosto che su un testo di marketing, poiché quest’ultimo richiede una rielaborazione del testo originale nella lingua d’arrivo, il che renderebbe la traduzione automatica praticamente inutile. È quindi consigliabile condurre un’analisi a monte, o pre-editing, per capire se la traduzione automatica può davvero essere utile, e soprattutto per rilevare e prevedere i potenziali problemi, in modo che il traduttore sappia su quali aspetti concentrare la sua attenzione in fase di revisione.

L’errore più diffuso, quando si parla di post-editing, è pensare che tutti i motori di traduzione siano generici e spesso imprecisi come Google Translate. In realtà, molte aziende sfruttano da tempo la possibilità di creare motori di traduzione personalizzati, avendo a disposizione una grande quantità di dati con cui allenarli, e addirittura di diversificarli in base agli argomenti o alle tipologie di testo.

A seconda del testo e della qualità del motore di traduzione, l’intervento di post-editing può essere minimo, limitato alle sole correzioni essenziali per ottenere un testo formalmente corretto, o più profondo, completo ad esempio di modifiche stilistiche. Tra le variabili in gioco in questo senso figurano anche il pubblico di destinazione e, naturalmente, le specifiche fornite dal cliente. È inoltre bene tenere presente che la traduzione automatica non garantisce risultati soddisfacenti in tutte le combinazioni linguistiche: in linea di massima, il livello qualitativo è buono per le lingue latine e nordiche, mentre le lingue asiatiche e quelle che si leggono da destra a sinistra sono più complesse da trattare.

Un uso intelligente della traduzione automatica, accompagnato da interventi mirati di post-editing, può quindi dare risultati sorprendentemente positivi in termini di produttività, senza rinunciare all’ingrediente indispensabile per un testo finale impeccabile: il tocco umano.

Written by ASTW

La traduzione automatica funziona!

I traduttori hanno paura della traduzione automatica? Si assiste stranamente a due percezioni diametralmente opposte: quella secondo cui la traduzione automatica non serve a nulla perché “faccio prima a tradurre daccapo che a fare il post-editing”; oppure che la traduzione automatica, prima o poi, metterà a repentaglio il lavoro del traduttore, perché “raggiungerà un livello di qualità tale da rendere quasi superflua la nostra professione”. Sono, a mio parere, due punti di vista non solo opinabili, ma del tutto infondati.

La machine translation (MT), è vero, ha grossi limiti in testi in cui l’aspetto creativo e, se si vuole, transcreativo, è indispensabile. Tuttavia, mostra grosse potenzialità nei testi tecnici e in generale in quelli a contenuto scientifico. Allo stato attuale della tecnologie e delle nostre conoscenze, tuttavia, tali prestazioni sono ben lungi da rappresentare una reale minaccia per il lavoro del traduttore.

Cavalca la tigre!

È innegabile: alcuni traduttori peccano di luddismo. Prima hanno avuto paura dei CAT tool e ora della machine translation. Le nuove tecnologie rappresentano delle sfide non delle minacce da cui difendersi. Qui Caso studio_Kantan-ASTW la nostra esperienza nell’uso della machine translation nella traduzione brevettuale, in particolare avvalendoci della tecnologia di Kantan MT.

Written by ASTW

Il manuale del traduttore di Giacomo Leopardi

Nello Zibaldone, Giacomo Leopardi fa diverse annotazioni su argomenti che in modo diretto o indiretto hanno attinenza con la traduzione. Ne Il manuale del traduttore di Giacomo Leopardi, curato da Bruno Osimo e Federica Bartesaghi, gli autori hanno selezionato varie di queste citazioni e le hanno poi ricollocate secondo la logica di un manuale di traduzione, come se fossero state scritte nell’àmbito di un impianto teorico contemporaneo. In questo modo le citazioni e il testo che le accompagna costituiscono un vero e proprio manuale di traduzione dal quale traspare la modernità del pensiero di Leopardi, la sua lungimiranza e universalità e, in certi casi, anche l’avanguardia delle sue teorie anche rispetto ad altre che sono venute molto dopo di lui.

Written by ASTW

Intervista a Isabella C. Blum

  1. Il tuo eclettismo (ti sei cimentata nella traduzione letteraria ma anche in testi più scientifici e tecnici, e in altri a cavallo tra scienza e letteratura) testimonia dell’importanza, per i traduttori, di non chiudersi nell’ambito asfittico di una sola disciplina. Tuttavia,  che  impatto ha e ha avuto la tua formazione scientifica sul tuo lavoro di traduttrice?

 

Intanto vorrei puntualizzare che l’eclettismo, di per sé, non è un valore. Ci sono molti colleghi – professionisti eccellenti – che si specializzano in un ambito circoscritto e rimangono in quello, al massimo spingendosi in aree limitrofe, ma senza mai sconfinare troppo. In questo non c’è nulla di male o di riduttivo. Nel mio caso, l’eclettismo fa parte della mia natura; io ho fatto studi classici, ho conseguito una laurea scientifica e ho studiato musica. Negli anni della mia formazione sono stata esposta a letteratura, scienza e musica in dosi massicce ed equivalenti, e mi sono abituata a un pensare meticcio, sviluppando un’avversione particolare per muri e recinzioni. Oggi come oggi, il risultato è che non riuscirei a lavorare serenamente rimanendo sempre vincolata a una tipologia di testo particolare. Naturalmente questo non significa che io traduca di tutto: non sarebbe serio, e soprattutto non sarebbe possibile. Ci sono moltissime tipologie di testo che non ho mai tradotto e che non tradurrò mai: in alcuni casi perché proprio non sono in grado di farlo, in altri casi perché non mi interessano. Effettivamente, però, ho spaziato molto – il che, fra l’altro, mi ha risparmiato la noia: un grosso vantaggio, se si pensa che la noia è l’anticamera della disattenzione (un lusso che un traduttore non può permettersi).

 

Certo, avendo una laurea scientifica, quando ho a che fare testi riconducibili al mio campo di studi (biologia e medicina) mi sento nel mio habitat, capisco subito se mi sto muovendo in un terreno minato o se viaggio su una strada sicura. È impossibile dominare una disciplina vastissima e in continuo divenire come la biologia; ma se si hanno solide basi, si fiuta il pericolo dell’errore; e una volta messi in allerta, è possibile evitarlo. Non sempre, ovvio: ma molte volte. Al di là di questo, a posteriori, credo che ai fini del tradurre la mia formazione scientifica sia stata preziosa non tanto per la base culturale, ma soprattutto per l’impostazione metodologica. A prescindere dal tipo di testo con cui si ha a che fare – letterario, scientifico, tecnico, con tutte le possibili ibridazioni – il lavoro del traduttore è un lavoro scientifico, che va affrontato con metodo e con rigore. La mancanza di un metodo “scientifico”, la mancanza di rigore, è alla base di moltissimi errori traduttivi (non soltanto nelle traduzioni scientifiche, ma anche in quelle letterarie).

 

  1. Tra i molti libri che hai tradotto, quale ha rappresentato una particolare sfida?

 

Senza dubbio gli scritti privati di Charles Darwin. Taccuini di appunti e scambi epistolari. Nel primo caso, si trattava note a cui l’autore aveva affidato i suoi pensieri senza prevedere un lettore. Una scrittura che non prevede un lettore, ovviamente, è una scrittura molto particolare, scivolosa, ambigua, non rifinita e non finita: proprio una sfida (senza contare che nel tradurre i passaggi scientifici occorre fare molta attenzione a usare il linguaggio in modo da non anticipare inavvertitamente pensieri e idee che ancora non avevano preso forma, o stavano appena vedendo la luce). Nel caso delle lettere, invece, un lettore era previsto. Ma era un lettore unico e ben preciso (e non un soggetto  generico, facente parte di un pubblico ampio). Questo significa che mittente e destinatario avevano conoscenze ed esperienze condivise – tra loro esisteva una relazione privata, dalla quale noi siamo esclusi e i cui dettagli rimangono in ombra. Entrare in questi testi con rispetto, con garbo, senza esplicitare quello che deve rimanere implicito e nello stesso tempo renderli accessibili alla comprensione di un lettore moderno, rappresenta un’impresa difficile, ma anche immensamente gratificante.

 

  1. La lettura è certamente un’attività che ogni traduttore dovrebbe coltivare come modus vivendi. Hai recentemente una preferenza per qualche tipo di testo o di argomento?

 

Mi piace molto leggere opere di saggistica (che poi sono anche quelle che preferisco tradurre). Mi piace leggere libri che parlano di scrittura, lettura, comunicazione, giornalismo, eccetera – sia con un taglio storico-filosofico, sia con un taglio tecnico. Sono libri che mi interessano profondamente e allo stesso tempo mi servono nel lavoro di traduttrice e di docente di traduzione. Per quanto riguarda la narrativa, sono piuttosto difficile, spesso non vado oltre le prime pagine (il che non significa che il libro non sia buono – significa semplicemente che non mi piace, o che non è il momento adatto per leggerlo: può capitarmi anche con opere di valore). Quando un libro mi piace, lo rileggo molte volte; alcuni titoli vado a rivisitarli una o due volte l’anno.

 

  1. A fronte della sempre più marcata industrializzazione del mercato della traduzione, in particolare per la traduzione extra-editoriale, e delle condizioni lavorative sempre meno allettanti pensi sia ancora possibile la professione di traduttore così come è stata intesa fino a poco tempo fa?

 

Penso sia interessante la possibilità dare vita a studi professionali in grado di offrire al committente un ventaglio di servizi molto ampio, unendo le specializzazioni complementari di più colleghi. In ogni caso, in qualsiasi ambito ci si muova, poiché il mercato è sempre più competitivo, credo che per il freelance l’unica soluzione sia quella di alzare sempre di più il proprio standard di qualità (il che ovviamente ci porta al tema importantissimo della formazione). Il fatto di unire diversi professionisti consente di offrire una gamma di combinazioni linguistiche e di prestazioni che un singolo non potrebbe mai coprire.

 

Per quanto riguarda il discorso delle condizioni lavorative “sempre meno allettanti”, questo da un lato dipende dalla situazione storica in cui ci troviamo attualmente – e in questo senso c’è poco da fare; dall’altro, però, un problema di fondo è quello dell’errata percezione di cui è oggetto il nostro mestiere: sia fra i non addetti ai lavori (committenti compresi), sia fra gli addetti (traduttori e aspiranti tali). Sarebbe fondamentale diffondere un’immagine corretta del nostro lavoro e della nostra professionalità: e questa diffusione dovrebbe cominciare nelle scuole e nelle università dove si formano i traduttori. Purtroppo, devo constatare che questo aspetto della formazione è molto carente.

 

  1. Svolgi un’intensa attività didattica: i traduttori senior sono disposti a trasmettere le loro esperienze e competenze ai traduttori in erba?

 

A volte sì, e molto generosamente; ma non sempre – e spesso in modo non completo.

 

Qui mi viene istintivo il paragone con l’ambiente scientifico, in cui ogni generazione costruisce sulle fondamenta gettate dalla precedente. In campo scientifico c’è una sorta di staffetta (senza voler idealizzare: rivalità e competizione sono diffusissime, e a volte feroci, anche in ambito scientifico – tuttavia, se si vuole andare avanti, il dato acquisito va condiviso). Il campo della traduzione è diverso, le scoperte e le conquiste sono individuali, e in una certa misura sono custodite e protette dal singolo. La sensazione è che nel campo scientifico la condivisione della conoscenza fra maestro e allievo sia necessaria e ineludibile, mentre nel campo della traduzione è spesso considerata un’ingenuità di cui si può fare a meno.

 

Naturalmente non dovrebbe essere così. Un professionista con anni di esperienza alle spalle non dovrebbe sentirsi minacciato dal suo giovane allievo. La condivisione di informazioni, strategie, metodi e fonti non potrà comunque colmare il divario di esperienza esistente fra i due. Quella condivisione, però, potrebbe avere effetti enormemente benefici, a diversi livelli. Beneficerebbe il giovane, e questo è ovvio; ma anche il senior. Non c’è nulla che aiuti a fare chiarezza e a sistematizzare la propria esperienza come il doverla comunicare ad altri. L’esperienza, se condivisa, acquista maggior valore: perché per condividerla va meditata, analizzata, organizzata, classificata; e questa sistematizzazione la rende più utile, più accessibile, più “importante”. Inoltre, la condivisione è utile alla categoria come tale: dimostra infatti una consapevolezza del proprio ruolo culturale che non può non far bene alla nostra immagine pubblica.

 

Non dimentichiamo che nei codici deontologici delle professioni l’assistenza nei confronti dei colleghi più giovani è un dovere indicato esplicitamente. Cito il codice deontologico dei biologi, che ho a portata di mano: “Il Biologo favorisce la formazione e l’aggiornamento dei colleghi, con particolare riguardo ai colleghi più giovani. Egli divulga le proprie conoscenze ed è disponibile a fornire informazioni … che ritenga utili per un adeguato aggiornamento.” Vale la pena di notare che qui non si sta parlando di docenti, ma semplicemente di colleghi. Ovviamente questa disponibilità dovrebbe essere ancora maggiore se fra le due parti c’è un rapporto docente/allievo. Bisognerebbe lavorare molto su questo, nelle associazioni.

 

 

  1. Ritornando all’annoso problema del ruolo spesso misconosciuto e mai abbastanza valorizzato del traduttore editoriale, non credi sia opportuno apporre sempre il nome del traduttore già sulla copertina di ogni libro, giusto sotto il nome dell’autore?

 

La formula forse più corretta sarebbe quella di aggiungere, sotto al nome dell’autore, una scritta sulla falsariga delle seguenti: “e, per l’edizione italiana, XY”/ “tradotto da XY”/ “nella traduzione di XY” – dove XY è il nome del traduttore. Sarebbe giusto. Aiuterebbe la formazione di un’immagine corretta della traduzione e dei traduttori, al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. La cosa fondamentale, comunque, è che il nome sia riportato sul frontespizio del libro.

 

Fermo restando questo punto, che è irrinunciabile,  le “battaglie” dei traduttori editoriali – a mio avviso – dovrebbero essere anche altre. Per esempio: la formulazione di un contratto standard, riconosciuto e adottato dall’AIE (Associazione Italiana Editori), che vincoli gli editori ad essa aderenti. Questo contratto dovrebbe prevedere una tariffa minima, la cessione dei diritti per un periodo possibilmente inferiore ai vent’anni attuali, il pagamento di un anticipo mentre il lavoro è in progress e il saldo del restante dovuto non oltre 30 giorni dalla consegna – insieme ad altre clausole oggi presenti solo in una minima parte dei contratti in uso. Queste clausole andrebbero a vantaggio non soltanto del traduttore, ma di tutti coloro che sono interessati alla qualità dei libri: autori, editori, pubblico. Lavorare serenamente significa essere liberi di esprimere le proprie potenzialità al massimo. Significa essenzialmente qualità.

 

  1. Il traduttore vive all’ombra dell’altra lingua, citando il titolo di un recente saggio di Antonio Prete sulla traduzione, ed è una lunga storia d’amore, come ebbe a definire Nabokov il suo rapporto con la lingua inglese: ti sei trovata sempre a tuo agio in questa veste di ricreatrice di testi altrui oppure talvolta hai pensato “no, questo non lo traduco!”? Sei mai stata tentata da progetti autoriali?

 

Per me la traduzione è una forma di scrittura, di attività scrittoria, diversa da quella autoriale, ma non inferiore. Per qualche strano motivo, che deve avere a che fare con la struttura e il funzionamento del nostro cervello,  noi esseri umani siamo a disagio con la diversità, a meno che non ci riesca di costringerla in una gerarchia: alto e basso, superiore e inferiore; spesso, però, questo tipo di categorizzazione non funziona – le cose sono diverse, e stanno fianco a fianco, sullo stesso livello. La traduzione è un’attività creativa con finalità sue, che sono diverse dalle finalità della scrittura autoriale. Uno può essere un ottimo scrittore e un pessimo traduttore (gli esempi illustri non mancano); e viceversa – nel senso che un ottimo traduttore potrebbe non avere niente di suo da dire; in tal caso potrebbe essere, appunto, un ottimo traduttore ma un pessimo scrittore (ovviamente, un traduttore eccellente condividerà con lo scrittore l’abilità tecnica della scrittura).

 

La traduzione di parole altrui non mortifica la creatività del traduttore (come pensano erroneamente in molti, anche fra i traduttori!). La traduzione è una scrittura con particolari vincoli; semmai, impone di esercitare la creatività in condizioni più difficili. Per quanto mi riguarda, quando traduco mi adeguo alle regole del gioco senza “soffrire”.

 

Mi sono mai ribellata al testo originale? Escludiamo ovviamente il caso del testo originale con errori oggettivi (che ovviamente non vanno trascinati nel testo tradotto). Ho mai tradotto cose che non condividevo?  Da giovane ho tradotto alcune idiozie, sì. Libri di cui il mondo poteva tranquillamente fare a meno (e che l’editoria italiana avrebbe potuto benissimo risparmiare ai lettori di casa nostra). Non tradurrei testi il cui contenuto fosse, a mio giudizio, non etico. Non tradurrei, per esempio, testi razzisti. Ho tuttavia tradotto libri in cui erano sostenute tesi che non condividevo, ma che sentivo di poter rispettare, ed è stato un bell’esercizio. Traducevo rispettosamente e, nel frattempo, sostenevo un acceso dibattito interiore, confutando il mio autore parola per parola. Fra queste traduzioni, eseguite con la mente ribelle e quindi sempre sveglia, ve ne sono alcune che ritengo particolarmente ben riuscite. Non occorre innamorarsi del proprio autore o delle sue idee per tradurre bene il suo testo.

 

Progetti autoriali miei? Io scrivo, certo. Traduco le parole altrui e scrivo le mie. In fondo anche questo è un aspetto dell’eclettismo di cui parlavamo prima. Le parole che traduco vengono pubblicate, ed io vivo grazie a questo. Le parole mie, per il momento, non sono pubblicate – e io non sento nessuna urgenza di andare in quella direzione. Almeno per adesso è un’attività personale, uno spazio intellettuale molto privato e silenzioso. C’è chi dipinge senza fare mostre, chi suona senza dar concerti e chi scrive senza pubblicare. Semplicemente per chiarirsi le idee e mettere a fuoco i pensieri. Per concedersi una vacanza dai vincoli della scrittura traduttiva. Senza scadenze, prendendosi tutto il tempo che occorre.  Un piacere sottile, per chi fa il traduttore di mestiere …