Written by Domenico Lombardini

Estensione del concetto di natura?

Prima dell’alba delle biotecnologie

È sempre arbitrario stabilire l’inizio di una nuova era, tuttavia si può dire che le biotecnologie e la proprietà intellettuale si incontrarono prima delle conoscenze scientifiche e delle capacità tecniche fondamentali che permisero solo successivamente l’esplosione di questa nuova scienza applicata, per veleggiare poi verso i brevetti genetici e gli organismi geneticamente modificati. Parlo naturalmente della scoperta della struttura del DNA (1953, Rosalind Franklin, James Watson e Francis Crick) , dei modelli creati sulla stessa per spiegarne la funzione e la replicazione, e delle tecniche per manipolare più facilmente the big one, il DNA per gli americani. Ma non precorriamo i tempi. A molti di noi il nome di Henrietta Lacks non dirà molto, ma è da lei che vorremmo iniziare la nostra storia verso una ridefinizione o estensione (o aggiornamento?) di ciò che intendiamo vita alla luce della moderna biologia molecolare e delle sue applicazioni biotecnologiche (protette dai brevetti). Vorrei qui enfatizzare più su come venga a modificarsi la nostra percezione di natura, e meno sugli aspetti problematici correlati ai brevetti biotecnologici di cui mi sono già occupato altrove (Geni ad personam, Sapere, Dedalo ed., agosto 2010, anno 76°, n. 4).

Le cellule immortali di Henrietta

Erano tempi in cui il consenso informato all’uso di tessuti o derivati degli stessi era ancora lì da venire, e comunque quando non si aveva nulla dell’attuale attenzione per la legittimità dello sfruttamento (economico o meno) dei derivati biologici, specie di origine umana. Ciò naturalmente per la mancanza di strumenti e conoscenze attraverso cui manipolare la materia vivente in maniera tanto pervasiva da suscitare legittime preoccupazioni di natura etica. Si può dire, infatti, che i progressi della scienza, specie delle scienze naturali e biologiche, instaurando una continua dialettica con la società civile hanno permesso esse stesse l’emergere delle opportune contromisure per criticarne e limitarne gli effetti sulla nostra vita, un meccanismo, per così dire, a feedback autolimitante. Quindi, piuttosto di inibire a monte la ricerca scientifica e le sue applicazioni, bisognerebbe anzi permetterne il completo sviluppo e spiegamento, allorquando sarà possibile criticarne alcuni aspetti e limitarne talune applicazioni considerate nocive o non eticamente accettabili. Ma torniamo di certo alla nostra Henrietta Lacks. Nata nel 1920 a Roanoke, in Virginia, Henrietta fu una donna statunitense morta a causa di un tumore, il cui nome è legato alla famosa linea cellulare HeLa, che prende il nome dalle prime due lettere del suo nome e cognome (da sposata). Queste cellule sono state in seguito brevettate, e sono attualmente in commercio (seppure in forme modificate rispetto alle originali) e ampiamente usate nella ricerca biomedica, benché la loro inconsapevole donatrice sia morta già da 61 anni, nell’agosto del 1951. Il dottor George Otto Gey, una volta ottenuto un campione di tessuto tumorale (di cervice uterina) dalla Lacks, è riuscito a propagarne le cellule in vitro e, di generazione in generazione, tali cellule hanno acquisito un fenotipo “immortale”, ossia la capacità di crescere indefinitamente sotto condizioni appropriate di coltura. È stato calcolato che, ad oggi, le cellule HeLa coltivate nell’arco dei decenni sono ben maggiori della somma delle cellule che costituivano l’intero corpo della Lacks. Sono stati avanzati dubbi sulla legittimità di commercializzare cellule e tessuti di una persona, ma successivamente una corte americana (nel caso Moore vs Regents of the University of California) ha stabilito la legittimità di commercializzare tessuti di scarto e cellule derivati da un corpo umano.
Ma le cellule HeLa sono veramente le cellule della sua donatrice? È interessante notare come tali cellule abbiano 82 cromosomi (a fronte dei 46 di ogni nostra cellula somatica), e tale peculiarità ha indotto alcuni ricercatori ha proporre le HeLa come nuova specie a se stante. Ne hanno proposto addirittura il nuovo nome tassonomico di Helacyton gartleri. Tali cellule sono talmente differenti dal tessuto da cui sono state originate (in termini di capacità di crescita, nicchia ecologica e resistenza a condizioni ambientali estreme) da non considerarsi più strettamente umane né un prodotto della natura. Esse possono essere considerate un dispositivo biologico sui generis da utilizzare per diversi scopi.

Animali-dispositivi

Gli impressionanti progressi di questa giovane scienza e delle sue applicazioni tecniche nell’ingegneria genetica hanno permesso poi di concepire e realizzare costrutti ben più sofisticati delle cellule HeLa. Se quest’ultime furono un risultato della serendipità, le biotecnologie possono impartire oggi in modo preciso e deliberato, virtualmente a qualsiasi organismo vivente, una caratteristica o proprietà di interesse. A seguire ripoterò alcuni esempi di brevetti depositati, da cui si potrà vedere come gli organismi viventi possano diventare dei meri dispositivi da sfruttare, di volta in volta, in diversi campi: dalla ricerca scientifica alla produzione industriale.
Uno degli hot spot di certa critica alla ricerca biomedica è l’utilizzo degli animali per testare sostanze, come farmaci e cosmetici. Le biotecnologie offrono a volte la possibilità di ridurre il numero di animali sperimentali, come nel caso del brevetto del 2007 (US 7.202.392 B2), assegnato a The General Hospital Corporation (Boston). In questo brevetto si illustra la possibilità di usare un topo transgenico come dispositivo per testare sostanze da applicare sulla cute, come cosmetici e farmaci topici. Il topo in questione contiene un gene la cui attivazione nella cute ad opera di sostanze irritanti porta all’emissione di fluorescenza. Quindi, dopo l’applicazione della sostanza da testare, l’emissione di fluorescenza sarà indicativa di un fenomeno infiammatorio in atto. Quindi la cute o il topo intero può essere usato anche diverse volte per testare il potenziale effetto irritante delle sostanze da testare, riducendo in questo modo il numero di animali da sacrificare.
Un altro buon esempio è un brevetto del 2006 (US 2006/0156420 A1) in cui viene descritto un topo che possiede un fegato chimerico uomo-topo da utilizzare per lo studio di farmaci antimalarici. Il Plasmodium falciparum, l’agente eziologico della malaria, inoculato nel topo troverà il suo “ospite” naturale, ossia le cellule epatiche umane (che “coabitano” con quelle di topo), rendendo quindi possibile il test di sostanze che ne inibiscono il ciclo vitale.
In altri casi, gli animali possono essere utilizzati come dispositivi produttori di sostanze di interesse. Ad esempio come nel brevetto US 2007/0011752 A1, in cui si offre la possibilità di produrre qualsiasi sostanza proteica di interesse (ormoni, anticorpi, enzimi, ecc.) nella saliva di un animale transgenico che produce in natura grandi quantità di saliva, come un ruminante. Potenzialmente più problematico, dal punto di vista etico, è il caso di alcuni brevetti in cui, ad esempio, si propone l’utilizzo di chimere tra organismi di specie differenti per trarne linee di cellule staminali da mettere in commercio.

Dagli animali all’uomo

In linea di principio, tutte le applicazioni biotecnologiche e le manipolazioni genetiche che abbiamo sopra menzionato negli animali non umani sarebbero applicabili all’uomo, se questo non fosse bizzarro o inutile dal punto di vista commerciale o economico. Esistono non dimeno alcune limitazioni alla brevettabilità in campo biotecnologico, e queste proibiscono processi o metodi per: a) clonare essere umani; b) modificare la linea germinale degli esseri umani; c) usare gli embrioni umani per scopi commerciali; e d) modificare l’identità genetica di animali, sapendo a priori che tale modifica arrecherà inutili sofferenze all’animale in questione senza che vi sia alcun potenziale beneficio medico per chicchessia.
Recentemente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una decisione nel caso giudiziario che contrapponeva Greenpeace al Dr. Oliver Brüstle, un importante ricercatore tedesco impegnato nelle tecniche rigenerative del sistema nervoso centrale. Brüstle aveva ottenuto in Germania un brevetto in cui si rivendicava la possibilità di usare a fini commerciali e di ricerca le cellule staminali derivate dall’embrione umano. Le applicazioni erano quelle della rigenerazione del sistema nervoso centrale, come ad esempio nella cura del morbo di Parkinson e di altre malattie neurodegenerative. La decisione della Corte (https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2011-10/cp110112en.pdf) ha accolto l’istanza sollevata da Greenpeace e ha disposto che il processo che prevede la rimozione di una cellula da un embrione umano, da cui creare ad esempio neuroni da usare in una terapia rigenerativa, non può essere oggetto di brevettazione. Né è brevettabile l’uso di embrioni umani per scopi di ricerca scientifica. L’ambito di brevettabilità (ossia ciò che può essere legittimamente protetto da un brevetto), secondo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, è limitato all’uso di embrioni umani per scopi terapeutici e diagnostici, che vengono tuttavia applicati al solo embrione. La Corte ha anche stabilito che “embrione” è da intendersi in senso lato: esso è la cellula uovo fertilizzata ma anche la cellula uovo il cui nucleo è stato rimosso e rimpiazzato con un nucleo di una cellula somatica. In altri termini, embrione è qualsiasi cellula potenzialmente in grado di portare allo sviluppo di un organismo intero. Come detto, è stata anche esclusa dal brevetto la possibilità di ottenere precursori neuronali, perché tale processo implica la distruzione fisica dell’embrione stesso.
Da ultimo, occorre vigilare sul rapporto biotecnologie-proprietà intellettuale. Ciò è ancora più vero per i cosiddetti brevetti genetici, in cui l’oggetto di brevettazione è il gene. Molti, infatti, considerano illegittimo estendere diritti di proprietà sul genoma e che tali brevetti ostacolino la stessa libertà della ricerca scientifica.

Written by Domenico Lombardini

Le frodi scientifiche sono inevitabili?

«La modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere». Così Jacque Monod, biologo molecolare francese e premio Nobel, nella prefazione al suo Il caso e la necessità. Ma cosa è “modestia” quando si parla di ricerca scientifica? E che cosa intendeva Monod con questo termine? Forse che il ricercatore, nel suo lavoro, deve avvicinare il suo oggetto di studio non già con un intento manipolatorio, fagocitante, narcisistico, bensì con l’occhio di chi è conscio, prima di tutto, della possibile fallacia della propria osservazione, una fallacia ontologica, cioè connaturata all’intelligenza dell’uomo e alle sue indagini strumentali?

Se così fosse, il ricercatore sarebbe colui che studia il suo particolare mondo sotto indagine, mantenendo con esso uno iato indispensabile, quasi avendo una specie di pudore nel riportare, poi, quanto quel mondo gli ha suggerito. Questa persona dovrebbe provare anche un “orrore sacro” di trasgredire dal metodo scientifico: un super ego che ha introiettato negli anni di formazione, quale risultato di una formazione etica piuttosto che accademica, dovrebbe preservarlo da forme di comportamento eticamente scorrette.

Egli dovrebbe riportare di quel mondo, esserne intermediario e cassa di risonanza, e basta. Di quella eco nulla dovrebbe riverberare dal suo ego, se non quel poco che è necessario a divulgare, difendere e rendere credibili presso il pubblico e la comunità scientifica i dati della ricerca.

In altri termini, il ricercatore non dovrebbe desiderare di strumentalizzare e piegare i risultati del suo lavoro per trarne soltanto una forma di soddisfacimento (pulsionale, narcisistico, economico, lavorativo, ecc.), pena la potenziale messa in discussione della mission della scienza, ossia la ricerca della verità (scientifica).

Ne viene che certa prurigine di protagonismo o smania di carriera è nociva alla scienza perché offre un substrato fecondo allo sviluppo di illeciti e condotte biasimevoli, di cui le frodi scientifiche sono l’esempio più clamoroso.

Qui vorrei soffermarmi maggiormente sugli aspetti psicologici individuali, sulle pressioni sociali e su alcune peculiarità epistemologiche della ricerca biomedica che, di concerto o ciascuno individualmente, possono concorrere allo sviluppo di condotte, quali quelle delle frodi scientifiche, considerabili veri e propri comportamenti antisociali, ove qui la società di riferimento è in primis quella scientifica e in secondo luogo la società tutta.

 

Questioni di definizione

 

Una definizione preliminare di frode scientifica potrebbe essere la seguente: «l’inserimento surrettizio e fraudolento di nozioni false nel corpus della conoscenza scientifica ». Tuttavia, la frode scientifica è una trasgressione dai metodi della scienza e non dalla conoscenza  scientifica per sé. È possibile quindi considerare la frode scientifica, laddove si consideri questa come la produzione deliberata di dati, l’estremo di un continuum di condotte più o meno illecite o eticamente questionabili.

Tra queste troviamo il plagio di dati propri o altrui, la duplicazione delle pubblicazioni, il disinvolto inserimento di autori, e comportamenti scorretti in sede di revisione di dati o ricerche altrui. A titolo di esempio, se la produzione di dati inesistenti è certamente il caso più grave, non di meno esistono forme più sfumate di condotta scientifica biasimevole, che ricondurrei all‘adattamento dei dati alle proprie aspettative: i risultati della ricerca vengono quindi oculatamente selezionati (inserendone alcuni, trascurandone altri) per soddisfare la versione narrativa più soddisfacente, piana e gradevole del problema scientifico in oggetto. Secondo quanto sopra, la scienza diventa quindi assimilabile, almeno in parte, a una forma di narrazione, a un genere letterario al pari di altri. La selezione deliberata e disinvolta di certi dati a dispetto di altri (per ottenere, ad esempio, una migliore  significatività statistica), la pubblicazione di gran lunga maggiore di studi con esiti positivi che di quelli con risultati negativi, e la mancata replicazione dei risultati di studi clinici precedenti da parte di nuovi studi (si stima che solo il 44% degli studi clinici più citati nel periodo tra il 1990 e il 2003 siano stati replicati con risultati simili), costituiscono un grave bias della ricerca scientifica.

 

Perché si bara: “publish or perish”, ma non solo

 

Innumerevoli possono essere gli elementi predisponenti o alla base dell’emergere di questi illeciti scientifici. I ricercatori sono certamente sottoposti a notevoli pressioni di ordine economico per l’ottenimento dei fondi. Ciò avviene in condizioni di scarsità di risorse e in un sistema in cui le agenzie di finanziamento scelgono il soggetto cui concedere i fondi secondo i noti meccanismi di peer reviewing. Pur tuttavia questo modus operandi, benché valido di principio, sta mostrando evidenti elementi di distorsione, laddove si palesa il conflitto di interessi dei referee nell’accordare un parere positivo a colleghi concorrenti. I ricercatori, inoltre, solo di rado sono liberi di dedicarsi a un proprio argomento di studio liberamente scelto. E, last but not least, vi possono esse importanti fattori soggettivi che concorrono all’emergere di questi comportamenti. Questi “fattori di rischio” di natura psicologica e caratteriale potrebbero essere: una personalità narcisistica, una distorta percezione delle realtà, l’irrazionale convinzione di conoscere in anticipo la risposta al quesito da cui prende le mosse la ricerca, l’inveterato atteggiamento di autoassoluzione dei propri “delitti” adducendo giustificazioni affatto capziose, e anche deliri di onnipotenza. Tutti potrebbero concorrere, in maniera esclusiva o combinata, a preparare terreno fertile allo sviluppo della frode scientifica.

Un’altra considerazione importante attiene alla natura stessa della ricerca biomedica, laddove emerge che la grande maggioranza di questi comportamenti scorretti avviene soprattutto nella ricerca medica e nei campi strettamente correlati e molto meno, per esempio, nella ricerca psicologica e sociale.

Lo statuto epistemologico della ricerca biomedica potrebbe essere proclive all’emergere di questi comportamenti: i sistemi viventi presentano una tale variabilità in termini di risultati e  di outcome che la replicazione di dati pubblicati è già di per se cosa ardua. Da qui  l’emersione, in taluni, della percezione che nessuno potrà mai rilevare la frode, perché difficilmente i ricercatori verificano i risultati altrui. Frequentemente le frodi scientifiche vengono scoperte, infatti, per la presenza di errori madornali nella stessa redazione del manoscritto: figure e immagini copiate da altri lavori già pubblicati, errori di calcolo, dati incoerenti, record di partecipanti di studi clinici del tutto inventati o falsificati, sono tra gli esempi più comuni.

 

In vino veritas (ma non sempre)

 

Il resveratrolo è un fenolo non flavonoide della buccia dell’acino d’uva rossa a cui è attribuita una probabile azione antitumorale e antiinfiammatoria. Da alcune ricerche emerge anche un suo possibile effetto benefico nelle patologie cardiovascolari.

Recentemente, uno dei massimi esperti mondiali di questa sostanza e del suo potenziale ruolo nelle malattie a carico del sistema cardiocircolatorio, il dottor Dipak Das, è stato rimosso dal suo incarico presso l’Università del Connecticut per avere inventato i dati  relativi al resveratrolo in dozzine di articoli originali di cui era autore. Il ricercatore ha dovuto inoltre restituire 890.000 dollari ricevuti dalle casse federali. In questi lavori scientifici il resveratrolo sembrava avere un effetto positivo sulla salute cardiovascolare. Pur esistendo una grande quantità di dati (4.000 articoli già pubblicati) in base ai quali il resveratrolo è una molecola con possibili effetti positivi in un’ampia gamma di applicazioni terapeutiche, la frode del dottor Dipak Das ha avuto una notevole eco nella comunità scientifica. Ciò che emerso è che il responsabile dei fatti non aveva nessun conflitto d’interessi (non aveva nessun legame evidente con l’azienda che forniva la sostanza da testare), e inoltre Das ha subito respinto ogni accusa imputatagli portando innanzi una malaccorta quanto strumentale controffensiva in base alla quale l’establishment accademico starebbe macchiandosi di razzismo nei confronti dei ricercatori di origine indiana. Nonostante tutto ciò, la mole di dati sul resveratrolo è tale che, a dispetto dell’annullamento delle ricerche di Das, questa molecola mantiene tuttora potenziali applicazioni terapeutiche, comprese quelle per il trattamento e la prevenzione delle patologie cardiovascolari.

Da questo esempio si evince come sia molto facile l’adulterazione o invenzione dei dati, e che l’azione da parte degli enti di controllo, ivi compresi i referee delle riviste scientifiche, non ha potuto ostacolare la pubblicazione di decine e decine di lavori scientifici falsificati o del tutto inventati. Da questo caso, del tutto a simile ad altri (si pensi alla recente frode scientifica scoperta in Olanda a carico del dottor Diederik Stapel, Università di Tilburg, responsabile dell’invenzione dei dati in dozzine e dozzine di ricerche pubblicate su riviste prestigiosissime), emerge che qualsivoglia misura di deterrenza di queste condotte disoneste è del tutto inefficace e che l’integrità scientifica non può essere imposta  dall’esterno essendo una qualità che attiene alla soggettività di ogni ricercatore.

 

Scienziati o narratori?

 

Louis-Ferdinand Céline, al secolo Louis-Ferdinand Auguste Destouches, medico francese  e uno dei massimi romanzieri del secolo scorso scriveva nella sua tesi di laurea dedicata a Ignác FüloÅNp Semmelweis, antesignano dell’asepsi ben prima della microbiologia e di Pasteur: «Il metodo sperimentale non è che una tecnica, infinitamente preziosa, ma deprimente. Esso richiede dal ricercatore un sovrappiù di fervore per non crollare prima di raggiungere il suo scopo, su quello spoglio sentiero che bisogna percorrere accompagnati appunto dal metodo». L’essere umano, aggiunge  Céline, è un essere sentimentale. Il lavoro del ricercatore è costellato da continui insuccessi: la capacità di gestire le frustrazioni è una condicio sine qua non e ciò richiede, come dice Céline, un sovrappiù di fervore che non deve cedere il passo alla ricerca di scorciatoie fraudolente.

Perché la scienza non diventi un genere letterario.