Written by Domenico Lombardini

Le frodi scientifiche sono inevitabili?

«La modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere». Così Jacque Monod, biologo molecolare francese e premio Nobel, nella prefazione al suo Il caso e la necessità. Ma cosa è “modestia” quando si parla di ricerca scientifica? E che cosa intendeva Monod con questo termine? Forse che il ricercatore, nel suo lavoro, deve avvicinare il suo oggetto di studio non già con un intento manipolatorio, fagocitante, narcisistico, bensì con l’occhio di chi è conscio, prima di tutto, della possibile fallacia della propria osservazione, una fallacia ontologica, cioè connaturata all’intelligenza dell’uomo e alle sue indagini strumentali?

Se così fosse, il ricercatore sarebbe colui che studia il suo particolare mondo sotto indagine, mantenendo con esso uno iato indispensabile, quasi avendo una specie di pudore nel riportare, poi, quanto quel mondo gli ha suggerito. Questa persona dovrebbe provare anche un “orrore sacro” di trasgredire dal metodo scientifico: un super ego che ha introiettato negli anni di formazione, quale risultato di una formazione etica piuttosto che accademica, dovrebbe preservarlo da forme di comportamento eticamente scorrette.

Egli dovrebbe riportare di quel mondo, esserne intermediario e cassa di risonanza, e basta. Di quella eco nulla dovrebbe riverberare dal suo ego, se non quel poco che è necessario a divulgare, difendere e rendere credibili presso il pubblico e la comunità scientifica i dati della ricerca.

In altri termini, il ricercatore non dovrebbe desiderare di strumentalizzare e piegare i risultati del suo lavoro per trarne soltanto una forma di soddisfacimento (pulsionale, narcisistico, economico, lavorativo, ecc.), pena la potenziale messa in discussione della mission della scienza, ossia la ricerca della verità (scientifica).

Ne viene che certa prurigine di protagonismo o smania di carriera è nociva alla scienza perché offre un substrato fecondo allo sviluppo di illeciti e condotte biasimevoli, di cui le frodi scientifiche sono l’esempio più clamoroso.

Qui vorrei soffermarmi maggiormente sugli aspetti psicologici individuali, sulle pressioni sociali e su alcune peculiarità epistemologiche della ricerca biomedica che, di concerto o ciascuno individualmente, possono concorrere allo sviluppo di condotte, quali quelle delle frodi scientifiche, considerabili veri e propri comportamenti antisociali, ove qui la società di riferimento è in primis quella scientifica e in secondo luogo la società tutta.

 

Questioni di definizione

 

Una definizione preliminare di frode scientifica potrebbe essere la seguente: «l’inserimento surrettizio e fraudolento di nozioni false nel corpus della conoscenza scientifica ». Tuttavia, la frode scientifica è una trasgressione dai metodi della scienza e non dalla conoscenza  scientifica per sé. È possibile quindi considerare la frode scientifica, laddove si consideri questa come la produzione deliberata di dati, l’estremo di un continuum di condotte più o meno illecite o eticamente questionabili.

Tra queste troviamo il plagio di dati propri o altrui, la duplicazione delle pubblicazioni, il disinvolto inserimento di autori, e comportamenti scorretti in sede di revisione di dati o ricerche altrui. A titolo di esempio, se la produzione di dati inesistenti è certamente il caso più grave, non di meno esistono forme più sfumate di condotta scientifica biasimevole, che ricondurrei all‘adattamento dei dati alle proprie aspettative: i risultati della ricerca vengono quindi oculatamente selezionati (inserendone alcuni, trascurandone altri) per soddisfare la versione narrativa più soddisfacente, piana e gradevole del problema scientifico in oggetto. Secondo quanto sopra, la scienza diventa quindi assimilabile, almeno in parte, a una forma di narrazione, a un genere letterario al pari di altri. La selezione deliberata e disinvolta di certi dati a dispetto di altri (per ottenere, ad esempio, una migliore  significatività statistica), la pubblicazione di gran lunga maggiore di studi con esiti positivi che di quelli con risultati negativi, e la mancata replicazione dei risultati di studi clinici precedenti da parte di nuovi studi (si stima che solo il 44% degli studi clinici più citati nel periodo tra il 1990 e il 2003 siano stati replicati con risultati simili), costituiscono un grave bias della ricerca scientifica.

 

Perché si bara: “publish or perish”, ma non solo

 

Innumerevoli possono essere gli elementi predisponenti o alla base dell’emergere di questi illeciti scientifici. I ricercatori sono certamente sottoposti a notevoli pressioni di ordine economico per l’ottenimento dei fondi. Ciò avviene in condizioni di scarsità di risorse e in un sistema in cui le agenzie di finanziamento scelgono il soggetto cui concedere i fondi secondo i noti meccanismi di peer reviewing. Pur tuttavia questo modus operandi, benché valido di principio, sta mostrando evidenti elementi di distorsione, laddove si palesa il conflitto di interessi dei referee nell’accordare un parere positivo a colleghi concorrenti. I ricercatori, inoltre, solo di rado sono liberi di dedicarsi a un proprio argomento di studio liberamente scelto. E, last but not least, vi possono esse importanti fattori soggettivi che concorrono all’emergere di questi comportamenti. Questi “fattori di rischio” di natura psicologica e caratteriale potrebbero essere: una personalità narcisistica, una distorta percezione delle realtà, l’irrazionale convinzione di conoscere in anticipo la risposta al quesito da cui prende le mosse la ricerca, l’inveterato atteggiamento di autoassoluzione dei propri “delitti” adducendo giustificazioni affatto capziose, e anche deliri di onnipotenza. Tutti potrebbero concorrere, in maniera esclusiva o combinata, a preparare terreno fertile allo sviluppo della frode scientifica.

Un’altra considerazione importante attiene alla natura stessa della ricerca biomedica, laddove emerge che la grande maggioranza di questi comportamenti scorretti avviene soprattutto nella ricerca medica e nei campi strettamente correlati e molto meno, per esempio, nella ricerca psicologica e sociale.

Lo statuto epistemologico della ricerca biomedica potrebbe essere proclive all’emergere di questi comportamenti: i sistemi viventi presentano una tale variabilità in termini di risultati e  di outcome che la replicazione di dati pubblicati è già di per se cosa ardua. Da qui  l’emersione, in taluni, della percezione che nessuno potrà mai rilevare la frode, perché difficilmente i ricercatori verificano i risultati altrui. Frequentemente le frodi scientifiche vengono scoperte, infatti, per la presenza di errori madornali nella stessa redazione del manoscritto: figure e immagini copiate da altri lavori già pubblicati, errori di calcolo, dati incoerenti, record di partecipanti di studi clinici del tutto inventati o falsificati, sono tra gli esempi più comuni.

 

In vino veritas (ma non sempre)

 

Il resveratrolo è un fenolo non flavonoide della buccia dell’acino d’uva rossa a cui è attribuita una probabile azione antitumorale e antiinfiammatoria. Da alcune ricerche emerge anche un suo possibile effetto benefico nelle patologie cardiovascolari.

Recentemente, uno dei massimi esperti mondiali di questa sostanza e del suo potenziale ruolo nelle malattie a carico del sistema cardiocircolatorio, il dottor Dipak Das, è stato rimosso dal suo incarico presso l’Università del Connecticut per avere inventato i dati  relativi al resveratrolo in dozzine di articoli originali di cui era autore. Il ricercatore ha dovuto inoltre restituire 890.000 dollari ricevuti dalle casse federali. In questi lavori scientifici il resveratrolo sembrava avere un effetto positivo sulla salute cardiovascolare. Pur esistendo una grande quantità di dati (4.000 articoli già pubblicati) in base ai quali il resveratrolo è una molecola con possibili effetti positivi in un’ampia gamma di applicazioni terapeutiche, la frode del dottor Dipak Das ha avuto una notevole eco nella comunità scientifica. Ciò che emerso è che il responsabile dei fatti non aveva nessun conflitto d’interessi (non aveva nessun legame evidente con l’azienda che forniva la sostanza da testare), e inoltre Das ha subito respinto ogni accusa imputatagli portando innanzi una malaccorta quanto strumentale controffensiva in base alla quale l’establishment accademico starebbe macchiandosi di razzismo nei confronti dei ricercatori di origine indiana. Nonostante tutto ciò, la mole di dati sul resveratrolo è tale che, a dispetto dell’annullamento delle ricerche di Das, questa molecola mantiene tuttora potenziali applicazioni terapeutiche, comprese quelle per il trattamento e la prevenzione delle patologie cardiovascolari.

Da questo esempio si evince come sia molto facile l’adulterazione o invenzione dei dati, e che l’azione da parte degli enti di controllo, ivi compresi i referee delle riviste scientifiche, non ha potuto ostacolare la pubblicazione di decine e decine di lavori scientifici falsificati o del tutto inventati. Da questo caso, del tutto a simile ad altri (si pensi alla recente frode scientifica scoperta in Olanda a carico del dottor Diederik Stapel, Università di Tilburg, responsabile dell’invenzione dei dati in dozzine e dozzine di ricerche pubblicate su riviste prestigiosissime), emerge che qualsivoglia misura di deterrenza di queste condotte disoneste è del tutto inefficace e che l’integrità scientifica non può essere imposta  dall’esterno essendo una qualità che attiene alla soggettività di ogni ricercatore.

 

Scienziati o narratori?

 

Louis-Ferdinand Céline, al secolo Louis-Ferdinand Auguste Destouches, medico francese  e uno dei massimi romanzieri del secolo scorso scriveva nella sua tesi di laurea dedicata a Ignác FüloÅNp Semmelweis, antesignano dell’asepsi ben prima della microbiologia e di Pasteur: «Il metodo sperimentale non è che una tecnica, infinitamente preziosa, ma deprimente. Esso richiede dal ricercatore un sovrappiù di fervore per non crollare prima di raggiungere il suo scopo, su quello spoglio sentiero che bisogna percorrere accompagnati appunto dal metodo». L’essere umano, aggiunge  Céline, è un essere sentimentale. Il lavoro del ricercatore è costellato da continui insuccessi: la capacità di gestire le frustrazioni è una condicio sine qua non e ciò richiede, come dice Céline, un sovrappiù di fervore che non deve cedere il passo alla ricerca di scorciatoie fraudolente.

Perché la scienza non diventi un genere letterario.

 

Written by ASTW

Intervista a Isabella C. Blum

  1. Il tuo eclettismo (ti sei cimentata nella traduzione letteraria ma anche in testi più scientifici e tecnici, e in altri a cavallo tra scienza e letteratura) testimonia dell’importanza, per i traduttori, di non chiudersi nell’ambito asfittico di una sola disciplina. Tuttavia,  che  impatto ha e ha avuto la tua formazione scientifica sul tuo lavoro di traduttrice?

 

Intanto vorrei puntualizzare che l’eclettismo, di per sé, non è un valore. Ci sono molti colleghi – professionisti eccellenti – che si specializzano in un ambito circoscritto e rimangono in quello, al massimo spingendosi in aree limitrofe, ma senza mai sconfinare troppo. In questo non c’è nulla di male o di riduttivo. Nel mio caso, l’eclettismo fa parte della mia natura; io ho fatto studi classici, ho conseguito una laurea scientifica e ho studiato musica. Negli anni della mia formazione sono stata esposta a letteratura, scienza e musica in dosi massicce ed equivalenti, e mi sono abituata a un pensare meticcio, sviluppando un’avversione particolare per muri e recinzioni. Oggi come oggi, il risultato è che non riuscirei a lavorare serenamente rimanendo sempre vincolata a una tipologia di testo particolare. Naturalmente questo non significa che io traduca di tutto: non sarebbe serio, e soprattutto non sarebbe possibile. Ci sono moltissime tipologie di testo che non ho mai tradotto e che non tradurrò mai: in alcuni casi perché proprio non sono in grado di farlo, in altri casi perché non mi interessano. Effettivamente, però, ho spaziato molto – il che, fra l’altro, mi ha risparmiato la noia: un grosso vantaggio, se si pensa che la noia è l’anticamera della disattenzione (un lusso che un traduttore non può permettersi).

 

Certo, avendo una laurea scientifica, quando ho a che fare testi riconducibili al mio campo di studi (biologia e medicina) mi sento nel mio habitat, capisco subito se mi sto muovendo in un terreno minato o se viaggio su una strada sicura. È impossibile dominare una disciplina vastissima e in continuo divenire come la biologia; ma se si hanno solide basi, si fiuta il pericolo dell’errore; e una volta messi in allerta, è possibile evitarlo. Non sempre, ovvio: ma molte volte. Al di là di questo, a posteriori, credo che ai fini del tradurre la mia formazione scientifica sia stata preziosa non tanto per la base culturale, ma soprattutto per l’impostazione metodologica. A prescindere dal tipo di testo con cui si ha a che fare – letterario, scientifico, tecnico, con tutte le possibili ibridazioni – il lavoro del traduttore è un lavoro scientifico, che va affrontato con metodo e con rigore. La mancanza di un metodo “scientifico”, la mancanza di rigore, è alla base di moltissimi errori traduttivi (non soltanto nelle traduzioni scientifiche, ma anche in quelle letterarie).

 

  1. Tra i molti libri che hai tradotto, quale ha rappresentato una particolare sfida?

 

Senza dubbio gli scritti privati di Charles Darwin. Taccuini di appunti e scambi epistolari. Nel primo caso, si trattava note a cui l’autore aveva affidato i suoi pensieri senza prevedere un lettore. Una scrittura che non prevede un lettore, ovviamente, è una scrittura molto particolare, scivolosa, ambigua, non rifinita e non finita: proprio una sfida (senza contare che nel tradurre i passaggi scientifici occorre fare molta attenzione a usare il linguaggio in modo da non anticipare inavvertitamente pensieri e idee che ancora non avevano preso forma, o stavano appena vedendo la luce). Nel caso delle lettere, invece, un lettore era previsto. Ma era un lettore unico e ben preciso (e non un soggetto  generico, facente parte di un pubblico ampio). Questo significa che mittente e destinatario avevano conoscenze ed esperienze condivise – tra loro esisteva una relazione privata, dalla quale noi siamo esclusi e i cui dettagli rimangono in ombra. Entrare in questi testi con rispetto, con garbo, senza esplicitare quello che deve rimanere implicito e nello stesso tempo renderli accessibili alla comprensione di un lettore moderno, rappresenta un’impresa difficile, ma anche immensamente gratificante.

 

  1. La lettura è certamente un’attività che ogni traduttore dovrebbe coltivare come modus vivendi. Hai recentemente una preferenza per qualche tipo di testo o di argomento?

 

Mi piace molto leggere opere di saggistica (che poi sono anche quelle che preferisco tradurre). Mi piace leggere libri che parlano di scrittura, lettura, comunicazione, giornalismo, eccetera – sia con un taglio storico-filosofico, sia con un taglio tecnico. Sono libri che mi interessano profondamente e allo stesso tempo mi servono nel lavoro di traduttrice e di docente di traduzione. Per quanto riguarda la narrativa, sono piuttosto difficile, spesso non vado oltre le prime pagine (il che non significa che il libro non sia buono – significa semplicemente che non mi piace, o che non è il momento adatto per leggerlo: può capitarmi anche con opere di valore). Quando un libro mi piace, lo rileggo molte volte; alcuni titoli vado a rivisitarli una o due volte l’anno.

 

  1. A fronte della sempre più marcata industrializzazione del mercato della traduzione, in particolare per la traduzione extra-editoriale, e delle condizioni lavorative sempre meno allettanti pensi sia ancora possibile la professione di traduttore così come è stata intesa fino a poco tempo fa?

 

Penso sia interessante la possibilità dare vita a studi professionali in grado di offrire al committente un ventaglio di servizi molto ampio, unendo le specializzazioni complementari di più colleghi. In ogni caso, in qualsiasi ambito ci si muova, poiché il mercato è sempre più competitivo, credo che per il freelance l’unica soluzione sia quella di alzare sempre di più il proprio standard di qualità (il che ovviamente ci porta al tema importantissimo della formazione). Il fatto di unire diversi professionisti consente di offrire una gamma di combinazioni linguistiche e di prestazioni che un singolo non potrebbe mai coprire.

 

Per quanto riguarda il discorso delle condizioni lavorative “sempre meno allettanti”, questo da un lato dipende dalla situazione storica in cui ci troviamo attualmente – e in questo senso c’è poco da fare; dall’altro, però, un problema di fondo è quello dell’errata percezione di cui è oggetto il nostro mestiere: sia fra i non addetti ai lavori (committenti compresi), sia fra gli addetti (traduttori e aspiranti tali). Sarebbe fondamentale diffondere un’immagine corretta del nostro lavoro e della nostra professionalità: e questa diffusione dovrebbe cominciare nelle scuole e nelle università dove si formano i traduttori. Purtroppo, devo constatare che questo aspetto della formazione è molto carente.

 

  1. Svolgi un’intensa attività didattica: i traduttori senior sono disposti a trasmettere le loro esperienze e competenze ai traduttori in erba?

 

A volte sì, e molto generosamente; ma non sempre – e spesso in modo non completo.

 

Qui mi viene istintivo il paragone con l’ambiente scientifico, in cui ogni generazione costruisce sulle fondamenta gettate dalla precedente. In campo scientifico c’è una sorta di staffetta (senza voler idealizzare: rivalità e competizione sono diffusissime, e a volte feroci, anche in ambito scientifico – tuttavia, se si vuole andare avanti, il dato acquisito va condiviso). Il campo della traduzione è diverso, le scoperte e le conquiste sono individuali, e in una certa misura sono custodite e protette dal singolo. La sensazione è che nel campo scientifico la condivisione della conoscenza fra maestro e allievo sia necessaria e ineludibile, mentre nel campo della traduzione è spesso considerata un’ingenuità di cui si può fare a meno.

 

Naturalmente non dovrebbe essere così. Un professionista con anni di esperienza alle spalle non dovrebbe sentirsi minacciato dal suo giovane allievo. La condivisione di informazioni, strategie, metodi e fonti non potrà comunque colmare il divario di esperienza esistente fra i due. Quella condivisione, però, potrebbe avere effetti enormemente benefici, a diversi livelli. Beneficerebbe il giovane, e questo è ovvio; ma anche il senior. Non c’è nulla che aiuti a fare chiarezza e a sistematizzare la propria esperienza come il doverla comunicare ad altri. L’esperienza, se condivisa, acquista maggior valore: perché per condividerla va meditata, analizzata, organizzata, classificata; e questa sistematizzazione la rende più utile, più accessibile, più “importante”. Inoltre, la condivisione è utile alla categoria come tale: dimostra infatti una consapevolezza del proprio ruolo culturale che non può non far bene alla nostra immagine pubblica.

 

Non dimentichiamo che nei codici deontologici delle professioni l’assistenza nei confronti dei colleghi più giovani è un dovere indicato esplicitamente. Cito il codice deontologico dei biologi, che ho a portata di mano: “Il Biologo favorisce la formazione e l’aggiornamento dei colleghi, con particolare riguardo ai colleghi più giovani. Egli divulga le proprie conoscenze ed è disponibile a fornire informazioni … che ritenga utili per un adeguato aggiornamento.” Vale la pena di notare che qui non si sta parlando di docenti, ma semplicemente di colleghi. Ovviamente questa disponibilità dovrebbe essere ancora maggiore se fra le due parti c’è un rapporto docente/allievo. Bisognerebbe lavorare molto su questo, nelle associazioni.

 

 

  1. Ritornando all’annoso problema del ruolo spesso misconosciuto e mai abbastanza valorizzato del traduttore editoriale, non credi sia opportuno apporre sempre il nome del traduttore già sulla copertina di ogni libro, giusto sotto il nome dell’autore?

 

La formula forse più corretta sarebbe quella di aggiungere, sotto al nome dell’autore, una scritta sulla falsariga delle seguenti: “e, per l’edizione italiana, XY”/ “tradotto da XY”/ “nella traduzione di XY” – dove XY è il nome del traduttore. Sarebbe giusto. Aiuterebbe la formazione di un’immagine corretta della traduzione e dei traduttori, al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. La cosa fondamentale, comunque, è che il nome sia riportato sul frontespizio del libro.

 

Fermo restando questo punto, che è irrinunciabile,  le “battaglie” dei traduttori editoriali – a mio avviso – dovrebbero essere anche altre. Per esempio: la formulazione di un contratto standard, riconosciuto e adottato dall’AIE (Associazione Italiana Editori), che vincoli gli editori ad essa aderenti. Questo contratto dovrebbe prevedere una tariffa minima, la cessione dei diritti per un periodo possibilmente inferiore ai vent’anni attuali, il pagamento di un anticipo mentre il lavoro è in progress e il saldo del restante dovuto non oltre 30 giorni dalla consegna – insieme ad altre clausole oggi presenti solo in una minima parte dei contratti in uso. Queste clausole andrebbero a vantaggio non soltanto del traduttore, ma di tutti coloro che sono interessati alla qualità dei libri: autori, editori, pubblico. Lavorare serenamente significa essere liberi di esprimere le proprie potenzialità al massimo. Significa essenzialmente qualità.

 

  1. Il traduttore vive all’ombra dell’altra lingua, citando il titolo di un recente saggio di Antonio Prete sulla traduzione, ed è una lunga storia d’amore, come ebbe a definire Nabokov il suo rapporto con la lingua inglese: ti sei trovata sempre a tuo agio in questa veste di ricreatrice di testi altrui oppure talvolta hai pensato “no, questo non lo traduco!”? Sei mai stata tentata da progetti autoriali?

 

Per me la traduzione è una forma di scrittura, di attività scrittoria, diversa da quella autoriale, ma non inferiore. Per qualche strano motivo, che deve avere a che fare con la struttura e il funzionamento del nostro cervello,  noi esseri umani siamo a disagio con la diversità, a meno che non ci riesca di costringerla in una gerarchia: alto e basso, superiore e inferiore; spesso, però, questo tipo di categorizzazione non funziona – le cose sono diverse, e stanno fianco a fianco, sullo stesso livello. La traduzione è un’attività creativa con finalità sue, che sono diverse dalle finalità della scrittura autoriale. Uno può essere un ottimo scrittore e un pessimo traduttore (gli esempi illustri non mancano); e viceversa – nel senso che un ottimo traduttore potrebbe non avere niente di suo da dire; in tal caso potrebbe essere, appunto, un ottimo traduttore ma un pessimo scrittore (ovviamente, un traduttore eccellente condividerà con lo scrittore l’abilità tecnica della scrittura).

 

La traduzione di parole altrui non mortifica la creatività del traduttore (come pensano erroneamente in molti, anche fra i traduttori!). La traduzione è una scrittura con particolari vincoli; semmai, impone di esercitare la creatività in condizioni più difficili. Per quanto mi riguarda, quando traduco mi adeguo alle regole del gioco senza “soffrire”.

 

Mi sono mai ribellata al testo originale? Escludiamo ovviamente il caso del testo originale con errori oggettivi (che ovviamente non vanno trascinati nel testo tradotto). Ho mai tradotto cose che non condividevo?  Da giovane ho tradotto alcune idiozie, sì. Libri di cui il mondo poteva tranquillamente fare a meno (e che l’editoria italiana avrebbe potuto benissimo risparmiare ai lettori di casa nostra). Non tradurrei testi il cui contenuto fosse, a mio giudizio, non etico. Non tradurrei, per esempio, testi razzisti. Ho tuttavia tradotto libri in cui erano sostenute tesi che non condividevo, ma che sentivo di poter rispettare, ed è stato un bell’esercizio. Traducevo rispettosamente e, nel frattempo, sostenevo un acceso dibattito interiore, confutando il mio autore parola per parola. Fra queste traduzioni, eseguite con la mente ribelle e quindi sempre sveglia, ve ne sono alcune che ritengo particolarmente ben riuscite. Non occorre innamorarsi del proprio autore o delle sue idee per tradurre bene il suo testo.

 

Progetti autoriali miei? Io scrivo, certo. Traduco le parole altrui e scrivo le mie. In fondo anche questo è un aspetto dell’eclettismo di cui parlavamo prima. Le parole che traduco vengono pubblicate, ed io vivo grazie a questo. Le parole mie, per il momento, non sono pubblicate – e io non sento nessuna urgenza di andare in quella direzione. Almeno per adesso è un’attività personale, uno spazio intellettuale molto privato e silenzioso. C’è chi dipinge senza fare mostre, chi suona senza dar concerti e chi scrive senza pubblicare. Semplicemente per chiarirsi le idee e mettere a fuoco i pensieri. Per concedersi una vacanza dai vincoli della scrittura traduttiva. Senza scadenze, prendendosi tutto il tempo che occorre.  Un piacere sottile, per chi fa il traduttore di mestiere …

 

Written by ASTW

La traduzione brevettuale – Parte I

La traduzione brevettuale

Vediamo in concreto le difficoltà che comporta la traduzione brevettuale, attraverso l’analisi del linguaggio utilizzato. Il primo insieme di dati illustrato in un brevetto è quello dei dati anagrafici, che include:

  1. il nome dell’inventore, o degli inventori (inventor);
  2. l’identificazione del titolare del brevetto che presenta la domanda (applicant);
  3. la data di deposito del documento (date of filing);
  4. il numero della domanda di brevetto (application number);
  5. il numero di pubblicazione del brevetto (publication number);
  6. la data di pubblicazione della domanda di brevetto (date of publication of application);
  1. la classificazione attribuita ai sensi della classificazione internazionale dei brevetti (int. cl.);
  2. la priorità (priority).

Nella traduzione italiana di un brevetto redatto in lingua straniera (qui ci riferiremo all’inglese) sono indicati i dati basilari per l’identificazione del brevetto tradotto. Il secondo insieme di dati presenti è quello costituito dall’abstract, che riassume il contenuto del brevetto, in 100-200 parole. Qui viene data una descrizione di natura tecnica degli elementi principali dell’invenzione e delle loro funzioni. L’ultimo paragrafo riassume con chiarezza il risultato che si può ottenere con l’invenzione (questo paragrafo viene introdotto da as a result), e quindi lo scopo principale. Già nell’abstract troviamo alcune caratteristiche fondamentali del linguaggio brevettuale: il largo uso di forme passive e la tendenza a ripetere gli stessi verbi. In particolare i verbi che si trovano nell’abstract sono presenti nel brevetto in percentuale alta.

La terza parte, chiamata  dichiarazione di scienza,  è rappresentata dalla descrizione dell’invenzione, e si articola secondo una precisa struttura. Prima di tutto è identificato il campo dell’invenzione affinché il destinatario possa collocarla nel contesto appropriato. Viene identificato il campo dell’invenzione prima in generale e poi in particolare (the present invention generally relates to … and more particularly to …, la presente invenzione si riferisce in generale a …, e più specificatamente a…). Il lessico usato è quello che tornerà frequentemente in tutto il brevetto.

In secondo luogo viene descritta la nota per affrontare il problema che l’invenzione vuole risolvere. I problemi che le tecniche già note non hanno risolto sono trattati nella parte introdotta da however (tuttavia), e il loro elenco è fatto attraverso le espressioni  in addition (inoltre), e  furthermore (inoltre). A questo punto viene evidenziata l’aspetto fondamentale che le tecniche note non hanno risolto e che invece questa invenzione potrà risolvere, rivendicando così un requisito importante dell’invenzione, cioè  la novità. La congiunzione conclusiva therefore introduce appunto la conclusione del discorso attirando su questo punto l’attenzione del destinatario. Ed è qui che viene presentata l’invenzione come innovativa e necessaria:  the present invention satisfies this need in a manner not heretofore known in the art (la presente invenzione soddisfa questa esigenza in una maniera fino ad ora sconosciuta nella tecnica).

Segue, l’elenco degli scopi dell’invenzione, tutti introdotti da una espressione fissa ripetuta con variazioni minime, per ogni singolo scopo:

–  it is an object of the present invention to provide a (È uno scopo della presente

invenzione fornire un …),

–  it is another object of the invention to provide a (È un altro scopo dell’invenzione fornire un …),

–  it is a still further object of the invention to provide a (È ancora un ulteriore scopo dell’invenzione fornire un …),

– it is an even further object of the invention to provide a (È uno scopo ancora ulteriore dell’invenzione fornire un …).

A questo punto troviamo la parte in cui l’invenzione è descritta in tutti gli elementi che la compongono. Il discorso assume la forma di un elenco introdotto da comprising. Da questo punto fino alla fine dell’elenco non si trova un punto, solo virgole o punti e virgole. La maggior parte dei verbi appare sotto forma di participi presenti: comprising, defining, having, being, allowing. Le restanti forme verbali sono participi passati, l’ausiliare  essere in frasi relative introdotte da which, che dipendono da un participio presente. La struttura del discorso è semplice, ed è evidente la ripetizione di said accanto ai sostantivi che indicano gli elementi già descritti.

Dopo la descrizione delle parti statiche dell’invenzione viene descritto, se è il caso, il suo funzionamento: il paragrafo inizia con in operation (durante il funzionamento). Viene quindi ribadito in sintesi lo scopo dell’invenzione e la sua novità rispetto a quei sistemi già noti che provocano gli inconvenienti descritti.

La sezione successiva è dedicata alla descrizione dei disegni presentati insieme al brevetto. Il lessico è quello delle didascalie che descrivono le prospettive delle figure disegnate:  perspective view (vista prospettica);  exploded perspective view (vista prospettica esplosa); cross-sectional view (vista in sezione trasversale); a view taken along line (vista presa lungo la linea).

Dopo aver illustrato i principi generali  dell’invenzione si passa alla descrizione dettagliata di un esempio, che viene definito come preferred embodiment.

Written by Letizia Merello

La traduzione brevettuale: tra funzionalità, rigore e creatività

Il brevetto rappresenta una tipologia testuale unica, con caratteristiche specifiche, non solo legate al linguaggio burocratico-legale e ai linguaggi tecnici settoriali (variabili a seconda dell’argomento in questione), ma soprattutto inerenti allo scopo centrale del brevetto stesso: quello di illustrare un’invenzione, ovvero una soluzione assolutamente innovativa a un determinato problema tecnico, che si tratti di un prodotto o di un procedimento.

Il testo brevettuale è quindi una sorta di compromesso tra diverse esigenze:

  • funzionalità: il testo di un brevetto deve essere funzionale all’obiettivo di tutelare legalmente un’invenzione e garantirne lo sfruttamento esclusivo ai titolari;
  • rigore: è necessario rispettare la struttura fissa del testo brevettuale, impostata in maniera ben precisa e costituita da un titolo, una descrizione dettagliata (in alcuni casi accompagnata da un riassunto), una serie di rivendicazioni e alcuni disegni illustrativi;
  • creatività: la natura innovativa del brevetto impone la creazione di neologismi adatti a esprimere i concetti innovativi su cui esso si basa.

Alla luce di questi aspetti, il traduttore di testi brevettuali ha l’obbligo di rispettare numerosi vincoli, inerenti non solo alla valenza tecnica e giuridica del testo, ma anche alla sua funzione pratica. La prima regola alla quale deve attenersi è l’assoluta conformità al testo originale, onde evitare qualsiasi fraintendimento sulla portata giuridica dell’invenzione concessa. In secondo luogo, sull’eleganza stilistica della traduzione, che in genere prevede un largo uso della sinonimia per migliorare la varietà del testo e renderlo più leggibile e scorrevole, prevale uno stile scarno, incentrato sulla frequente ripetizione di termini ed espressioni, per esprimere il concetto dell’invenzione in maniera inequivocabile e volutamente ridondante. Nonostante questo, la traduzione brevettuale non esclude l’uso di competenze come capacità di adattamento e creatività: avendo a che fare, per l’appunto, con concetti innovativi, non è insolito che il traduttore (così come l’autore del testo originale) si trovi a sviluppare da zero nuovi termini e a coniare nuove espressioni, mantenendo sempre l’attenzione all’aspetto funzionale ma non per questo trascurando un determinato grado di eleganza formale.
Una sfida non indifferente per il traduttore che, avendo nella maggior parte dei casi una formazione umanistica, è specializzato in un numero limitato di settori tecnici e necessita dunque di materiali di riferimento e risorse terminologiche per poter colmare le proprie inevitabili lacune. Da questo punto di vista, può essere utile integrare l’uso di software di traduzione assistita o CATtools e creare memorie di traduzione, utili a mantenere la coerenza terminologica nei testi che presentano numerose ripetizioni, ma anche avvalersi di strumenti di traduzione automatica, che forniscono una traduzione da una lingua naturale all’altra. Tuttavia, considerati i numerosi problemi della traduzione automatica, soprattutto se effettuata con strumenti generici, è essenziale disporre di corpora bilingue di testi nella lingua di partenza e nella lingua d’arrivo, con i quali sviluppare un motore di traduzione in grado di garantire una maggiore accuratezza terminologica, che sarà possibile arricchire e aggiornare nel tempo con i progetti completati.
Essenziale per il progresso di ricerca e sviluppo e per la tutela della proprietà intellettuale, la traduzione brevettuale è un settore delicato e complesso, ma allo stesso tempo, o forse proprio per questo, estremamente affascinante.

Sul nostro blog offriremo idee, suggerimenti e spunti di riflessione su diversi argomenti correlati, spaziando dagli aspetti più tecnici alla quotidianità del mestiere di traduttore.
Seguiteci!

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