Written by Domenico Lombardini

Estensione del concetto di natura?

Prima dell’alba delle biotecnologie

È sempre arbitrario stabilire l’inizio di una nuova era, tuttavia si può dire che le biotecnologie e la proprietà intellettuale si incontrarono prima delle conoscenze scientifiche e delle capacità tecniche fondamentali che permisero solo successivamente l’esplosione di questa nuova scienza applicata, per veleggiare poi verso i brevetti genetici e gli organismi geneticamente modificati. Parlo naturalmente della scoperta della struttura del DNA (1953, Rosalind Franklin, James Watson e Francis Crick) , dei modelli creati sulla stessa per spiegarne la funzione e la replicazione, e delle tecniche per manipolare più facilmente the big one, il DNA per gli americani. Ma non precorriamo i tempi. A molti di noi il nome di Henrietta Lacks non dirà molto, ma è da lei che vorremmo iniziare la nostra storia verso una ridefinizione o estensione (o aggiornamento?) di ciò che intendiamo vita alla luce della moderna biologia molecolare e delle sue applicazioni biotecnologiche (protette dai brevetti). Vorrei qui enfatizzare più su come venga a modificarsi la nostra percezione di natura, e meno sugli aspetti problematici correlati ai brevetti biotecnologici di cui mi sono già occupato altrove (Geni ad personam, Sapere, Dedalo ed., agosto 2010, anno 76°, n. 4).

Le cellule immortali di Henrietta

Erano tempi in cui il consenso informato all’uso di tessuti o derivati degli stessi era ancora lì da venire, e comunque quando non si aveva nulla dell’attuale attenzione per la legittimità dello sfruttamento (economico o meno) dei derivati biologici, specie di origine umana. Ciò naturalmente per la mancanza di strumenti e conoscenze attraverso cui manipolare la materia vivente in maniera tanto pervasiva da suscitare legittime preoccupazioni di natura etica. Si può dire, infatti, che i progressi della scienza, specie delle scienze naturali e biologiche, instaurando una continua dialettica con la società civile hanno permesso esse stesse l’emergere delle opportune contromisure per criticarne e limitarne gli effetti sulla nostra vita, un meccanismo, per così dire, a feedback autolimitante. Quindi, piuttosto di inibire a monte la ricerca scientifica e le sue applicazioni, bisognerebbe anzi permetterne il completo sviluppo e spiegamento, allorquando sarà possibile criticarne alcuni aspetti e limitarne talune applicazioni considerate nocive o non eticamente accettabili. Ma torniamo di certo alla nostra Henrietta Lacks. Nata nel 1920 a Roanoke, in Virginia, Henrietta fu una donna statunitense morta a causa di un tumore, il cui nome è legato alla famosa linea cellulare HeLa, che prende il nome dalle prime due lettere del suo nome e cognome (da sposata). Queste cellule sono state in seguito brevettate, e sono attualmente in commercio (seppure in forme modificate rispetto alle originali) e ampiamente usate nella ricerca biomedica, benché la loro inconsapevole donatrice sia morta già da 61 anni, nell’agosto del 1951. Il dottor George Otto Gey, una volta ottenuto un campione di tessuto tumorale (di cervice uterina) dalla Lacks, è riuscito a propagarne le cellule in vitro e, di generazione in generazione, tali cellule hanno acquisito un fenotipo “immortale”, ossia la capacità di crescere indefinitamente sotto condizioni appropriate di coltura. È stato calcolato che, ad oggi, le cellule HeLa coltivate nell’arco dei decenni sono ben maggiori della somma delle cellule che costituivano l’intero corpo della Lacks. Sono stati avanzati dubbi sulla legittimità di commercializzare cellule e tessuti di una persona, ma successivamente una corte americana (nel caso Moore vs Regents of the University of California) ha stabilito la legittimità di commercializzare tessuti di scarto e cellule derivati da un corpo umano.
Ma le cellule HeLa sono veramente le cellule della sua donatrice? È interessante notare come tali cellule abbiano 82 cromosomi (a fronte dei 46 di ogni nostra cellula somatica), e tale peculiarità ha indotto alcuni ricercatori ha proporre le HeLa come nuova specie a se stante. Ne hanno proposto addirittura il nuovo nome tassonomico di Helacyton gartleri. Tali cellule sono talmente differenti dal tessuto da cui sono state originate (in termini di capacità di crescita, nicchia ecologica e resistenza a condizioni ambientali estreme) da non considerarsi più strettamente umane né un prodotto della natura. Esse possono essere considerate un dispositivo biologico sui generis da utilizzare per diversi scopi.

Animali-dispositivi

Gli impressionanti progressi di questa giovane scienza e delle sue applicazioni tecniche nell’ingegneria genetica hanno permesso poi di concepire e realizzare costrutti ben più sofisticati delle cellule HeLa. Se quest’ultime furono un risultato della serendipità, le biotecnologie possono impartire oggi in modo preciso e deliberato, virtualmente a qualsiasi organismo vivente, una caratteristica o proprietà di interesse. A seguire ripoterò alcuni esempi di brevetti depositati, da cui si potrà vedere come gli organismi viventi possano diventare dei meri dispositivi da sfruttare, di volta in volta, in diversi campi: dalla ricerca scientifica alla produzione industriale.
Uno degli hot spot di certa critica alla ricerca biomedica è l’utilizzo degli animali per testare sostanze, come farmaci e cosmetici. Le biotecnologie offrono a volte la possibilità di ridurre il numero di animali sperimentali, come nel caso del brevetto del 2007 (US 7.202.392 B2), assegnato a The General Hospital Corporation (Boston). In questo brevetto si illustra la possibilità di usare un topo transgenico come dispositivo per testare sostanze da applicare sulla cute, come cosmetici e farmaci topici. Il topo in questione contiene un gene la cui attivazione nella cute ad opera di sostanze irritanti porta all’emissione di fluorescenza. Quindi, dopo l’applicazione della sostanza da testare, l’emissione di fluorescenza sarà indicativa di un fenomeno infiammatorio in atto. Quindi la cute o il topo intero può essere usato anche diverse volte per testare il potenziale effetto irritante delle sostanze da testare, riducendo in questo modo il numero di animali da sacrificare.
Un altro buon esempio è un brevetto del 2006 (US 2006/0156420 A1) in cui viene descritto un topo che possiede un fegato chimerico uomo-topo da utilizzare per lo studio di farmaci antimalarici. Il Plasmodium falciparum, l’agente eziologico della malaria, inoculato nel topo troverà il suo “ospite” naturale, ossia le cellule epatiche umane (che “coabitano” con quelle di topo), rendendo quindi possibile il test di sostanze che ne inibiscono il ciclo vitale.
In altri casi, gli animali possono essere utilizzati come dispositivi produttori di sostanze di interesse. Ad esempio come nel brevetto US 2007/0011752 A1, in cui si offre la possibilità di produrre qualsiasi sostanza proteica di interesse (ormoni, anticorpi, enzimi, ecc.) nella saliva di un animale transgenico che produce in natura grandi quantità di saliva, come un ruminante. Potenzialmente più problematico, dal punto di vista etico, è il caso di alcuni brevetti in cui, ad esempio, si propone l’utilizzo di chimere tra organismi di specie differenti per trarne linee di cellule staminali da mettere in commercio.

Dagli animali all’uomo

In linea di principio, tutte le applicazioni biotecnologiche e le manipolazioni genetiche che abbiamo sopra menzionato negli animali non umani sarebbero applicabili all’uomo, se questo non fosse bizzarro o inutile dal punto di vista commerciale o economico. Esistono non dimeno alcune limitazioni alla brevettabilità in campo biotecnologico, e queste proibiscono processi o metodi per: a) clonare essere umani; b) modificare la linea germinale degli esseri umani; c) usare gli embrioni umani per scopi commerciali; e d) modificare l’identità genetica di animali, sapendo a priori che tale modifica arrecherà inutili sofferenze all’animale in questione senza che vi sia alcun potenziale beneficio medico per chicchessia.
Recentemente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una decisione nel caso giudiziario che contrapponeva Greenpeace al Dr. Oliver Brüstle, un importante ricercatore tedesco impegnato nelle tecniche rigenerative del sistema nervoso centrale. Brüstle aveva ottenuto in Germania un brevetto in cui si rivendicava la possibilità di usare a fini commerciali e di ricerca le cellule staminali derivate dall’embrione umano. Le applicazioni erano quelle della rigenerazione del sistema nervoso centrale, come ad esempio nella cura del morbo di Parkinson e di altre malattie neurodegenerative. La decisione della Corte (https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2011-10/cp110112en.pdf) ha accolto l’istanza sollevata da Greenpeace e ha disposto che il processo che prevede la rimozione di una cellula da un embrione umano, da cui creare ad esempio neuroni da usare in una terapia rigenerativa, non può essere oggetto di brevettazione. Né è brevettabile l’uso di embrioni umani per scopi di ricerca scientifica. L’ambito di brevettabilità (ossia ciò che può essere legittimamente protetto da un brevetto), secondo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, è limitato all’uso di embrioni umani per scopi terapeutici e diagnostici, che vengono tuttavia applicati al solo embrione. La Corte ha anche stabilito che “embrione” è da intendersi in senso lato: esso è la cellula uovo fertilizzata ma anche la cellula uovo il cui nucleo è stato rimosso e rimpiazzato con un nucleo di una cellula somatica. In altri termini, embrione è qualsiasi cellula potenzialmente in grado di portare allo sviluppo di un organismo intero. Come detto, è stata anche esclusa dal brevetto la possibilità di ottenere precursori neuronali, perché tale processo implica la distruzione fisica dell’embrione stesso.
Da ultimo, occorre vigilare sul rapporto biotecnologie-proprietà intellettuale. Ciò è ancora più vero per i cosiddetti brevetti genetici, in cui l’oggetto di brevettazione è il gene. Molti, infatti, considerano illegittimo estendere diritti di proprietà sul genoma e che tali brevetti ostacolino la stessa libertà della ricerca scientifica.

Written by ASTW

Quali sono i tuoi bisogni formativi?

Corsi per traduttori: la tua opinione per migliorare l’offerta

A breve saranno finalmente online i corsi per traduttori attraverso una nuova piattaforma di e-learning. I materiali sono pronti ma per attagliare meglio il contenuto e il formato dei corsi sulle reali necessità dei possibili partecipanti abbiamo bisogno del tuo aiuto.

I primi corsi per traduttori ad essere attivati saranno i seguenti:

• Lineamenti di traduzione, scrittura ed editing in ambito medico
• La traduzione brevettuale: la lingua delle invenzioni
• Transcreazione
• La traduzione automatica: uno strumento potente per il traduttore tecnico

I nostri corsi sono riconosciuti da AITI, ANITI e Assointerpreti per il programma di acquisizione dei crediti formativi.

Aiutaci a capire di più sulle tue preferenze partecipando ai sondaggi

Ti chiediamo quindi di darci la tua opinione e le tue preferenze sugli argomenti e le modalità di fruizione dei corsi per traduttori partecipando ai seguenti sondaggi. Ti ringraziamo sin da ora per il tuo aiuto!

Quali tra questi argomenti ti piacerebbe approfondire?

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Written by Letizia Merello

Post-editing: oltre il luogo comune

Il post-editing della traduzione automatica, spesso “snobbato” perché ritenuto una soluzione di scarsa qualità, rappresenta invece in molti casi un’opportunità per ridurre tempi e costi ottenendo comunque risultati ottimali.

Non tutti i tipi di testo si prestano a questo approccio: in linea di massima sono da privilegiarsi i testi lineari e non particolarmente discorsivi, con numerose ripetizioni. Un esempio pratico? La traduzione automatica funziona meglio su un testo tecnico piuttosto che su un testo di marketing, poiché quest’ultimo richiede una rielaborazione del testo originale nella lingua d’arrivo, il che renderebbe la traduzione automatica praticamente inutile. È quindi consigliabile condurre un’analisi a monte, o pre-editing, per capire se la traduzione automatica può davvero essere utile, e soprattutto per rilevare e prevedere i potenziali problemi, in modo che il traduttore sappia su quali aspetti concentrare la sua attenzione in fase di revisione.

L’errore più diffuso, quando si parla di post-editing, è pensare che tutti i motori di traduzione siano generici e spesso imprecisi come Google Translate. In realtà, molte aziende sfruttano da tempo la possibilità di creare motori di traduzione personalizzati, avendo a disposizione una grande quantità di dati con cui allenarli, e addirittura di diversificarli in base agli argomenti o alle tipologie di testo.

A seconda del testo e della qualità del motore di traduzione, l’intervento di post-editing può essere minimo, limitato alle sole correzioni essenziali per ottenere un testo formalmente corretto, o più profondo, completo ad esempio di modifiche stilistiche. Tra le variabili in gioco in questo senso figurano anche il pubblico di destinazione e, naturalmente, le specifiche fornite dal cliente. È inoltre bene tenere presente che la traduzione automatica non garantisce risultati soddisfacenti in tutte le combinazioni linguistiche: in linea di massima, il livello qualitativo è buono per le lingue latine e nordiche, mentre le lingue asiatiche e quelle che si leggono da destra a sinistra sono più complesse da trattare.

Un uso intelligente della traduzione automatica, accompagnato da interventi mirati di post-editing, può quindi dare risultati sorprendentemente positivi in termini di produttività, senza rinunciare all’ingrediente indispensabile per un testo finale impeccabile: il tocco umano.

Written by Francesco Mana

La localizzazione e il traduttore

Cosa sia la localizzazione è ben noto a tutti gli operatori del settore, ma quali sono i problemi con cui si deve misurare quotidianamente il “localizzatore”? Vediamone alcuni.

Prima di tutto, è bene conoscere la destinazione dei testi che compongono un software e un sito Web:

  • Interfaccia utente (comunemente UI), ovvero tutti i componenti che consentono l’interazione tra utente e macchina (menu, pulsanti ecc.)
  • Istruzioni, ovvero testi che istruiscono l’utente sui processi e sulle operazioni da compiere
  • Contenuti vari

 

In base al tipo di stringa (più o meno l’equivalente di un segmento) che ci si trova davanti, sarà necessario utilizzare uno stile differente. Gli standard, sostanzialmente dettati dalla guida di stile Microsoft, disponibile insieme ad altre risorse sul relativo portale linguistico, prevedono l’uso dell’imperativo singolare in caso di UI, mentre per le istruzioni è previsto l’infinito. Un bravo localizzatore dovrà essere in grado di riconoscere la categoria a cui appartiene la stringa e tradurla secondo lo stile appropriato ma, ahimè, la quasi totale mancanza di contesto e di collegamenti logici fra le stringhe che caratterizza questa tipologia testuale non aiuta affatto!

 

Altro cruccio per il localizzatore sono i tag: difficilmente saranno tag di formattazione, più spesso si tratterà di veri e propri segnaposto. Una stringa molto comune nei SW è quella che indica la pianificazione di un aggiornamento e assomiglia molto a “The software will be updated on @”: è evidente che il tag verrà sostituito da una data, ma attenzione a liquidare velocemente la traduzione con “Aggiornamento previsto il @”! E se il giorno previsto fosse l’11? Per una buona traduzione è necessario prendere in considerazione ogni elemento che potrebbe sostituire il tag, e fare in modo che la stringa localizzata sia adeguata a ogni opzione possibile. Ad esempio in questo caso è possibile togliersi dagli impicci con un piccolo escamotage: “Aggiornamento previsto in data @”.

 

I piccoli dettagli fanno la differenza tra un software o un sito Web ben localizzati e un lavoro approssimativo, e in questo la localizzazione non è diversa da ogni altro tipo di traduzione.

Written by ASTW

La traduzione automatica funziona!

I traduttori hanno paura della traduzione automatica? Si assiste stranamente a due percezioni diametralmente opposte: quella secondo cui la traduzione automatica non serve a nulla perché “faccio prima a tradurre daccapo che a fare il post-editing”; oppure che la traduzione automatica, prima o poi, metterà a repentaglio il lavoro del traduttore, perché “raggiungerà un livello di qualità tale da rendere quasi superflua la nostra professione”. Sono, a mio parere, due punti di vista non solo opinabili, ma del tutto infondati.

La machine translation (MT), è vero, ha grossi limiti in testi in cui l’aspetto creativo e, se si vuole, transcreativo, è indispensabile. Tuttavia, mostra grosse potenzialità nei testi tecnici e in generale in quelli a contenuto scientifico. Allo stato attuale della tecnologie e delle nostre conoscenze, tuttavia, tali prestazioni sono ben lungi da rappresentare una reale minaccia per il lavoro del traduttore.

Cavalca la tigre!

È innegabile: alcuni traduttori peccano di luddismo. Prima hanno avuto paura dei CAT tool e ora della machine translation. Le nuove tecnologie rappresentano delle sfide non delle minacce da cui difendersi. Qui Caso studio_Kantan-ASTW la nostra esperienza nell’uso della machine translation nella traduzione brevettuale, in particolare avvalendoci della tecnologia di Kantan MT.

Written by ASTW

Il manuale del traduttore di Giacomo Leopardi

Nello Zibaldone, Giacomo Leopardi fa diverse annotazioni su argomenti che in modo diretto o indiretto hanno attinenza con la traduzione. Ne Il manuale del traduttore di Giacomo Leopardi, curato da Bruno Osimo e Federica Bartesaghi, gli autori hanno selezionato varie di queste citazioni e le hanno poi ricollocate secondo la logica di un manuale di traduzione, come se fossero state scritte nell’àmbito di un impianto teorico contemporaneo. In questo modo le citazioni e il testo che le accompagna costituiscono un vero e proprio manuale di traduzione dal quale traspare la modernità del pensiero di Leopardi, la sua lungimiranza e universalità e, in certi casi, anche l’avanguardia delle sue teorie anche rispetto ad altre che sono venute molto dopo di lui.

Written by ASTW

La traduzione brevettuale – Parte II

(segue il post)

La descrizione della realizzazione è fatta con continuo riferimento alle figure. Ecco allora che ricorrono espressioni come: with reference to fig. … (in riferimento alla figura …), as shown in fig. … (come mostrato nella figura …), illustrated in fig. … (illustrato nella figura …), with continued reference to fig. … (con continuo riferimento alla figura …). Altre espressioni tipiche per chiarire ciò a cui ci si riferisce sono: with respect to (rispetto a), relative to, in accordance with (secondo). L’ultima parte del brevetto è formata dalle rivendicazioni (claims) ed identifica quanto forma diritto di esclusiva: è evidente ancora una volta la mancanza di verbi di modo finito.

Caratteristiche del linguaggio brevettuale

Il linguaggio brevettuale deve rispondere ad esigenze particolari tra cui quella di coniare nuovi termini, in quanto i prodotti descritti sono nuovi. Altra esigenza è quella della chiarezza e della compiutezza nella descrizione affinché il nuovo prodotto sia inequivocabilmente inteso: da qui la necessità di adeguarsi a norme precise che limitano l’uso della punteggiatura in alcune parti testo. L’eleganza e la correttezza formale passano dunque in secondo piano rispetto alla necessità di esprimere chiaramente i concetti. Le ripetizioni per esempio vengono impiegate in larga misura per insistere sugli scopi dell’invenzione. Il lessico è povero perché lo scopo principale è la descrizione completa dell’invenzione, evitando divagazioni che potrebbero avere un effetto negativo. Nel linguaggio brevettuale troviamo dei costrutti standard, come:

– almeno uno (at least one) usato quando un certo elemento può essere presente singolarmente o insieme ad altri identici;

– sostanzialmente (substancially) viene impiegato con il significato di “in misura preponderante, ma non in modo assoluto”;

– comprende (comprise) è l’espressione usata quando non si vuole escludere altri elementi;

– è costituito da (constitute) comporta invece l’esclusione di qualsiasi altro elemento.

Altre caratteristiche sono:

  1. La sezione del brevetto in cui viene identificato il campo dell’invenzione si apre sempre con l’espressione this invention relates to …;
  2. improved è l’espressione spesso usata per sottolineare la novità dell’invenzione in certe caratteristiche che apparecchiature simili già note non avevano;
  3. i verbi comprise e include (comprendere, includere) si trovano sempre nei brevetti e servono ad introdurre l’elenco delle parti dell’invenzione;
  4. all’invenzione che si presenta nel brevetto ci si riferisce quasi sempre con l’espressione the present invention o this invention;
  5. quando vengono descritte le tecniche già note si usa sempre il verbo know al passivo: is/are known;
  6. viene sempre fatto riferimento puntuale alle invenzioni precedenti nello stesso campo, e la descrizione di queste è sempre introdotta dai verbi disclose o describe (descrivere);
  7. largo uso del verbo avere, soprattutto nella forma participiale having quando si vuole aggiungere una serie di particolari alla descrizione che stiamo facendo;
  8. la parola embodiment è sempre usata in riferimento alle realizzazioni dell’invenzione e preferred embodiment si riferisce alla realizzazione migliore;
  9. quando vengono descritte le figure, di solito vengono introdotte con l’espressione figure (n) is a view, e spesso si usano le espressioni sectional view, cross-section view, exploded view, a view taken along;
  10. si ricorre spesso all’uso della parola means che significa mezzi;
  11. nelle rivendicazioni si trovano le espressioni according to the claim (n), o according to any one of preceeding claims.
  12. quando si descrivono i vantaggi dell’invenzione si ripete according to this invention;
  13. largo uso di frasi finali per descrivere gli scopi dell’invenzione e le funzioni delle parti che la compongono. Queste vengono formate in due modi: a) for +ing form; b) infinito + to;
  14. largo uso di frasi consecutive implicite formate da thereby + ing form;
  15. largo uso di frasi con valore strumentale formate con by + ing form;
  16. le forme verbali più usate sono quelle del simple present, participi e infinito.

Quando si descrivono operazioni che si sono svolte nel passato si usa il past tense. Esigua è la presenza delle forme di futuro, present perfect e dei modali;

  1. largo uso delle forme passive;
  2. estrema ripetitività delle singole parole e di intere espressioni;
  3. i sostantivi presenti nell’abstract sono ripetuti con estrema frequenza: questo significa che il traduttore una volta tradotto l’abstract, ha già tradotto più della metà dei sostantivi del testo. La traduzione brevettuale: aspetti linguistici e glottodidattici 7 8

Il traduttore della lingua tecnica

Tentare di approfondire la conoscenza di una lingua straniera attraverso la traduzione è importante ma non è sufficiente a formare il traduttore. Questi ha bisogno di una preparazione particolare che consideri la traduzione non come un mezzo per migliorare genericamente la conoscenza di una lingua ma un fine preciso da proporre allo studente che già deve avere delle nozioni di base. Inoltre anche quando lo studente abbia raggiunto la capacità di riflettere su tutti quei fatti linguistici e culturali che permettono di decodificare e codificare nuovamente in un’altra lingua certi messaggi e operare a tutti quei livelli (morfosintattico, semantico, stilistico) descritti in precedenza, si troverà in difficoltà di fronte a testi che usano una lingua specialistica.

Il problema che il traduttore si trova ad affrontare nella traduzione di un brevetto è prima di tutto quello della conoscenza del contenuto di cui si parla. La traduzione di un testo di chimica richiederà la conoscenza di alcune nozioni fondamentali di quella materia, così come la traduzione di un manuale di informatica sarà abbastanza difficile per chi non conosce questo settore. D’altra parte il campo della tecnica e quello della scienza si sono divisi in tanti settori specializzati ed è praticamente impossibile per il traduttore di professione, che in molti casi ha avuto una formazione di tipo umanistico, avere una conoscenza di tante materie specialistiche. È più facile e più veloce fornire certe conoscenze linguistiche ad un tecnico del settore che già abbia una preparazione di base in una certa lingua, e addestrarlo a tradurre sempre quel particolare tipo di testi anziché rivolgersi a chi abbia una buona conoscenza della lingua in questione ma non abbia familiarità con quei tipi di testo. Il buon traduttore non può essere identificato automaticamente con chi conosce bene una lingua. Il linguaggio brevettuale ha certe caratteristiche, come la lunghezza dei periodi senza segni di punteggiatura o l’uso continuo di forme non finite dei verbi che lo rendono del tutto diverso dalla lingua comune. Traduttori che non facciano uso della lingua in nessun altro modo perdono, con il tempo, l’abilita di parlare una lingua.

Non solo dunque la traduzione è un’abilità speciale, che quindi richiede una organizzazione specifica ma occorre anche una specializzazione sul tipo di testo che si vuole affrontare. L’approccio fraseologico è molto importante nel campo scientifico dove abbiamo a che fare con i linguaggi speciali. La specializzazione da parte del traduttore non è sempre possibile e per questo motivo è importante fornire completa informazione sull’uso dei termini in un campo particolare. Su questo tipo di testi si potrebbe anche tentare l’impiego di nuove tecniche. È proprio nella traduzione del linguaggio tecnico tutto denotativo e altamente specializzato che potrebbe risultare utile l’impiego del computer, non solo perché potrebbe essere tentata una sorta di traduzione automatica per lo meno parziale, grazie proprio alle caratteristiche principali di questo linguaggio (un lessico limitato e ripetitivo, una sintassi ristretta e il fatto che evita tutte le ambiguità del linguaggio) ma anche per aiutare il traduttore in altre operazioni.

Written by Domenico Lombardini

Le frodi scientifiche sono inevitabili?

«La modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere». Così Jacque Monod, biologo molecolare francese e premio Nobel, nella prefazione al suo Il caso e la necessità. Ma cosa è “modestia” quando si parla di ricerca scientifica? E che cosa intendeva Monod con questo termine? Forse che il ricercatore, nel suo lavoro, deve avvicinare il suo oggetto di studio non già con un intento manipolatorio, fagocitante, narcisistico, bensì con l’occhio di chi è conscio, prima di tutto, della possibile fallacia della propria osservazione, una fallacia ontologica, cioè connaturata all’intelligenza dell’uomo e alle sue indagini strumentali?

Se così fosse, il ricercatore sarebbe colui che studia il suo particolare mondo sotto indagine, mantenendo con esso uno iato indispensabile, quasi avendo una specie di pudore nel riportare, poi, quanto quel mondo gli ha suggerito. Questa persona dovrebbe provare anche un “orrore sacro” di trasgredire dal metodo scientifico: un super ego che ha introiettato negli anni di formazione, quale risultato di una formazione etica piuttosto che accademica, dovrebbe preservarlo da forme di comportamento eticamente scorrette.

Egli dovrebbe riportare di quel mondo, esserne intermediario e cassa di risonanza, e basta. Di quella eco nulla dovrebbe riverberare dal suo ego, se non quel poco che è necessario a divulgare, difendere e rendere credibili presso il pubblico e la comunità scientifica i dati della ricerca.

In altri termini, il ricercatore non dovrebbe desiderare di strumentalizzare e piegare i risultati del suo lavoro per trarne soltanto una forma di soddisfacimento (pulsionale, narcisistico, economico, lavorativo, ecc.), pena la potenziale messa in discussione della mission della scienza, ossia la ricerca della verità (scientifica).

Ne viene che certa prurigine di protagonismo o smania di carriera è nociva alla scienza perché offre un substrato fecondo allo sviluppo di illeciti e condotte biasimevoli, di cui le frodi scientifiche sono l’esempio più clamoroso.

Qui vorrei soffermarmi maggiormente sugli aspetti psicologici individuali, sulle pressioni sociali e su alcune peculiarità epistemologiche della ricerca biomedica che, di concerto o ciascuno individualmente, possono concorrere allo sviluppo di condotte, quali quelle delle frodi scientifiche, considerabili veri e propri comportamenti antisociali, ove qui la società di riferimento è in primis quella scientifica e in secondo luogo la società tutta.

 

Questioni di definizione

 

Una definizione preliminare di frode scientifica potrebbe essere la seguente: «l’inserimento surrettizio e fraudolento di nozioni false nel corpus della conoscenza scientifica ». Tuttavia, la frode scientifica è una trasgressione dai metodi della scienza e non dalla conoscenza  scientifica per sé. È possibile quindi considerare la frode scientifica, laddove si consideri questa come la produzione deliberata di dati, l’estremo di un continuum di condotte più o meno illecite o eticamente questionabili.

Tra queste troviamo il plagio di dati propri o altrui, la duplicazione delle pubblicazioni, il disinvolto inserimento di autori, e comportamenti scorretti in sede di revisione di dati o ricerche altrui. A titolo di esempio, se la produzione di dati inesistenti è certamente il caso più grave, non di meno esistono forme più sfumate di condotta scientifica biasimevole, che ricondurrei all‘adattamento dei dati alle proprie aspettative: i risultati della ricerca vengono quindi oculatamente selezionati (inserendone alcuni, trascurandone altri) per soddisfare la versione narrativa più soddisfacente, piana e gradevole del problema scientifico in oggetto. Secondo quanto sopra, la scienza diventa quindi assimilabile, almeno in parte, a una forma di narrazione, a un genere letterario al pari di altri. La selezione deliberata e disinvolta di certi dati a dispetto di altri (per ottenere, ad esempio, una migliore  significatività statistica), la pubblicazione di gran lunga maggiore di studi con esiti positivi che di quelli con risultati negativi, e la mancata replicazione dei risultati di studi clinici precedenti da parte di nuovi studi (si stima che solo il 44% degli studi clinici più citati nel periodo tra il 1990 e il 2003 siano stati replicati con risultati simili), costituiscono un grave bias della ricerca scientifica.

 

Perché si bara: “publish or perish”, ma non solo

 

Innumerevoli possono essere gli elementi predisponenti o alla base dell’emergere di questi illeciti scientifici. I ricercatori sono certamente sottoposti a notevoli pressioni di ordine economico per l’ottenimento dei fondi. Ciò avviene in condizioni di scarsità di risorse e in un sistema in cui le agenzie di finanziamento scelgono il soggetto cui concedere i fondi secondo i noti meccanismi di peer reviewing. Pur tuttavia questo modus operandi, benché valido di principio, sta mostrando evidenti elementi di distorsione, laddove si palesa il conflitto di interessi dei referee nell’accordare un parere positivo a colleghi concorrenti. I ricercatori, inoltre, solo di rado sono liberi di dedicarsi a un proprio argomento di studio liberamente scelto. E, last but not least, vi possono esse importanti fattori soggettivi che concorrono all’emergere di questi comportamenti. Questi “fattori di rischio” di natura psicologica e caratteriale potrebbero essere: una personalità narcisistica, una distorta percezione delle realtà, l’irrazionale convinzione di conoscere in anticipo la risposta al quesito da cui prende le mosse la ricerca, l’inveterato atteggiamento di autoassoluzione dei propri “delitti” adducendo giustificazioni affatto capziose, e anche deliri di onnipotenza. Tutti potrebbero concorrere, in maniera esclusiva o combinata, a preparare terreno fertile allo sviluppo della frode scientifica.

Un’altra considerazione importante attiene alla natura stessa della ricerca biomedica, laddove emerge che la grande maggioranza di questi comportamenti scorretti avviene soprattutto nella ricerca medica e nei campi strettamente correlati e molto meno, per esempio, nella ricerca psicologica e sociale.

Lo statuto epistemologico della ricerca biomedica potrebbe essere proclive all’emergere di questi comportamenti: i sistemi viventi presentano una tale variabilità in termini di risultati e  di outcome che la replicazione di dati pubblicati è già di per se cosa ardua. Da qui  l’emersione, in taluni, della percezione che nessuno potrà mai rilevare la frode, perché difficilmente i ricercatori verificano i risultati altrui. Frequentemente le frodi scientifiche vengono scoperte, infatti, per la presenza di errori madornali nella stessa redazione del manoscritto: figure e immagini copiate da altri lavori già pubblicati, errori di calcolo, dati incoerenti, record di partecipanti di studi clinici del tutto inventati o falsificati, sono tra gli esempi più comuni.

 

In vino veritas (ma non sempre)

 

Il resveratrolo è un fenolo non flavonoide della buccia dell’acino d’uva rossa a cui è attribuita una probabile azione antitumorale e antiinfiammatoria. Da alcune ricerche emerge anche un suo possibile effetto benefico nelle patologie cardiovascolari.

Recentemente, uno dei massimi esperti mondiali di questa sostanza e del suo potenziale ruolo nelle malattie a carico del sistema cardiocircolatorio, il dottor Dipak Das, è stato rimosso dal suo incarico presso l’Università del Connecticut per avere inventato i dati  relativi al resveratrolo in dozzine di articoli originali di cui era autore. Il ricercatore ha dovuto inoltre restituire 890.000 dollari ricevuti dalle casse federali. In questi lavori scientifici il resveratrolo sembrava avere un effetto positivo sulla salute cardiovascolare. Pur esistendo una grande quantità di dati (4.000 articoli già pubblicati) in base ai quali il resveratrolo è una molecola con possibili effetti positivi in un’ampia gamma di applicazioni terapeutiche, la frode del dottor Dipak Das ha avuto una notevole eco nella comunità scientifica. Ciò che emerso è che il responsabile dei fatti non aveva nessun conflitto d’interessi (non aveva nessun legame evidente con l’azienda che forniva la sostanza da testare), e inoltre Das ha subito respinto ogni accusa imputatagli portando innanzi una malaccorta quanto strumentale controffensiva in base alla quale l’establishment accademico starebbe macchiandosi di razzismo nei confronti dei ricercatori di origine indiana. Nonostante tutto ciò, la mole di dati sul resveratrolo è tale che, a dispetto dell’annullamento delle ricerche di Das, questa molecola mantiene tuttora potenziali applicazioni terapeutiche, comprese quelle per il trattamento e la prevenzione delle patologie cardiovascolari.

Da questo esempio si evince come sia molto facile l’adulterazione o invenzione dei dati, e che l’azione da parte degli enti di controllo, ivi compresi i referee delle riviste scientifiche, non ha potuto ostacolare la pubblicazione di decine e decine di lavori scientifici falsificati o del tutto inventati. Da questo caso, del tutto a simile ad altri (si pensi alla recente frode scientifica scoperta in Olanda a carico del dottor Diederik Stapel, Università di Tilburg, responsabile dell’invenzione dei dati in dozzine e dozzine di ricerche pubblicate su riviste prestigiosissime), emerge che qualsivoglia misura di deterrenza di queste condotte disoneste è del tutto inefficace e che l’integrità scientifica non può essere imposta  dall’esterno essendo una qualità che attiene alla soggettività di ogni ricercatore.

 

Scienziati o narratori?

 

Louis-Ferdinand Céline, al secolo Louis-Ferdinand Auguste Destouches, medico francese  e uno dei massimi romanzieri del secolo scorso scriveva nella sua tesi di laurea dedicata a Ignác FüloÅNp Semmelweis, antesignano dell’asepsi ben prima della microbiologia e di Pasteur: «Il metodo sperimentale non è che una tecnica, infinitamente preziosa, ma deprimente. Esso richiede dal ricercatore un sovrappiù di fervore per non crollare prima di raggiungere il suo scopo, su quello spoglio sentiero che bisogna percorrere accompagnati appunto dal metodo». L’essere umano, aggiunge  Céline, è un essere sentimentale. Il lavoro del ricercatore è costellato da continui insuccessi: la capacità di gestire le frustrazioni è una condicio sine qua non e ciò richiede, come dice Céline, un sovrappiù di fervore che non deve cedere il passo alla ricerca di scorciatoie fraudolente.

Perché la scienza non diventi un genere letterario.

 

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Intervista a Isabella C. Blum

  1. Il tuo eclettismo (ti sei cimentata nella traduzione letteraria ma anche in testi più scientifici e tecnici, e in altri a cavallo tra scienza e letteratura) testimonia dell’importanza, per i traduttori, di non chiudersi nell’ambito asfittico di una sola disciplina. Tuttavia,  che  impatto ha e ha avuto la tua formazione scientifica sul tuo lavoro di traduttrice?

 

Intanto vorrei puntualizzare che l’eclettismo, di per sé, non è un valore. Ci sono molti colleghi – professionisti eccellenti – che si specializzano in un ambito circoscritto e rimangono in quello, al massimo spingendosi in aree limitrofe, ma senza mai sconfinare troppo. In questo non c’è nulla di male o di riduttivo. Nel mio caso, l’eclettismo fa parte della mia natura; io ho fatto studi classici, ho conseguito una laurea scientifica e ho studiato musica. Negli anni della mia formazione sono stata esposta a letteratura, scienza e musica in dosi massicce ed equivalenti, e mi sono abituata a un pensare meticcio, sviluppando un’avversione particolare per muri e recinzioni. Oggi come oggi, il risultato è che non riuscirei a lavorare serenamente rimanendo sempre vincolata a una tipologia di testo particolare. Naturalmente questo non significa che io traduca di tutto: non sarebbe serio, e soprattutto non sarebbe possibile. Ci sono moltissime tipologie di testo che non ho mai tradotto e che non tradurrò mai: in alcuni casi perché proprio non sono in grado di farlo, in altri casi perché non mi interessano. Effettivamente, però, ho spaziato molto – il che, fra l’altro, mi ha risparmiato la noia: un grosso vantaggio, se si pensa che la noia è l’anticamera della disattenzione (un lusso che un traduttore non può permettersi).

 

Certo, avendo una laurea scientifica, quando ho a che fare testi riconducibili al mio campo di studi (biologia e medicina) mi sento nel mio habitat, capisco subito se mi sto muovendo in un terreno minato o se viaggio su una strada sicura. È impossibile dominare una disciplina vastissima e in continuo divenire come la biologia; ma se si hanno solide basi, si fiuta il pericolo dell’errore; e una volta messi in allerta, è possibile evitarlo. Non sempre, ovvio: ma molte volte. Al di là di questo, a posteriori, credo che ai fini del tradurre la mia formazione scientifica sia stata preziosa non tanto per la base culturale, ma soprattutto per l’impostazione metodologica. A prescindere dal tipo di testo con cui si ha a che fare – letterario, scientifico, tecnico, con tutte le possibili ibridazioni – il lavoro del traduttore è un lavoro scientifico, che va affrontato con metodo e con rigore. La mancanza di un metodo “scientifico”, la mancanza di rigore, è alla base di moltissimi errori traduttivi (non soltanto nelle traduzioni scientifiche, ma anche in quelle letterarie).

 

  1. Tra i molti libri che hai tradotto, quale ha rappresentato una particolare sfida?

 

Senza dubbio gli scritti privati di Charles Darwin. Taccuini di appunti e scambi epistolari. Nel primo caso, si trattava note a cui l’autore aveva affidato i suoi pensieri senza prevedere un lettore. Una scrittura che non prevede un lettore, ovviamente, è una scrittura molto particolare, scivolosa, ambigua, non rifinita e non finita: proprio una sfida (senza contare che nel tradurre i passaggi scientifici occorre fare molta attenzione a usare il linguaggio in modo da non anticipare inavvertitamente pensieri e idee che ancora non avevano preso forma, o stavano appena vedendo la luce). Nel caso delle lettere, invece, un lettore era previsto. Ma era un lettore unico e ben preciso (e non un soggetto  generico, facente parte di un pubblico ampio). Questo significa che mittente e destinatario avevano conoscenze ed esperienze condivise – tra loro esisteva una relazione privata, dalla quale noi siamo esclusi e i cui dettagli rimangono in ombra. Entrare in questi testi con rispetto, con garbo, senza esplicitare quello che deve rimanere implicito e nello stesso tempo renderli accessibili alla comprensione di un lettore moderno, rappresenta un’impresa difficile, ma anche immensamente gratificante.

 

  1. La lettura è certamente un’attività che ogni traduttore dovrebbe coltivare come modus vivendi. Hai recentemente una preferenza per qualche tipo di testo o di argomento?

 

Mi piace molto leggere opere di saggistica (che poi sono anche quelle che preferisco tradurre). Mi piace leggere libri che parlano di scrittura, lettura, comunicazione, giornalismo, eccetera – sia con un taglio storico-filosofico, sia con un taglio tecnico. Sono libri che mi interessano profondamente e allo stesso tempo mi servono nel lavoro di traduttrice e di docente di traduzione. Per quanto riguarda la narrativa, sono piuttosto difficile, spesso non vado oltre le prime pagine (il che non significa che il libro non sia buono – significa semplicemente che non mi piace, o che non è il momento adatto per leggerlo: può capitarmi anche con opere di valore). Quando un libro mi piace, lo rileggo molte volte; alcuni titoli vado a rivisitarli una o due volte l’anno.

 

  1. A fronte della sempre più marcata industrializzazione del mercato della traduzione, in particolare per la traduzione extra-editoriale, e delle condizioni lavorative sempre meno allettanti pensi sia ancora possibile la professione di traduttore così come è stata intesa fino a poco tempo fa?

 

Penso sia interessante la possibilità dare vita a studi professionali in grado di offrire al committente un ventaglio di servizi molto ampio, unendo le specializzazioni complementari di più colleghi. In ogni caso, in qualsiasi ambito ci si muova, poiché il mercato è sempre più competitivo, credo che per il freelance l’unica soluzione sia quella di alzare sempre di più il proprio standard di qualità (il che ovviamente ci porta al tema importantissimo della formazione). Il fatto di unire diversi professionisti consente di offrire una gamma di combinazioni linguistiche e di prestazioni che un singolo non potrebbe mai coprire.

 

Per quanto riguarda il discorso delle condizioni lavorative “sempre meno allettanti”, questo da un lato dipende dalla situazione storica in cui ci troviamo attualmente – e in questo senso c’è poco da fare; dall’altro, però, un problema di fondo è quello dell’errata percezione di cui è oggetto il nostro mestiere: sia fra i non addetti ai lavori (committenti compresi), sia fra gli addetti (traduttori e aspiranti tali). Sarebbe fondamentale diffondere un’immagine corretta del nostro lavoro e della nostra professionalità: e questa diffusione dovrebbe cominciare nelle scuole e nelle università dove si formano i traduttori. Purtroppo, devo constatare che questo aspetto della formazione è molto carente.

 

  1. Svolgi un’intensa attività didattica: i traduttori senior sono disposti a trasmettere le loro esperienze e competenze ai traduttori in erba?

 

A volte sì, e molto generosamente; ma non sempre – e spesso in modo non completo.

 

Qui mi viene istintivo il paragone con l’ambiente scientifico, in cui ogni generazione costruisce sulle fondamenta gettate dalla precedente. In campo scientifico c’è una sorta di staffetta (senza voler idealizzare: rivalità e competizione sono diffusissime, e a volte feroci, anche in ambito scientifico – tuttavia, se si vuole andare avanti, il dato acquisito va condiviso). Il campo della traduzione è diverso, le scoperte e le conquiste sono individuali, e in una certa misura sono custodite e protette dal singolo. La sensazione è che nel campo scientifico la condivisione della conoscenza fra maestro e allievo sia necessaria e ineludibile, mentre nel campo della traduzione è spesso considerata un’ingenuità di cui si può fare a meno.

 

Naturalmente non dovrebbe essere così. Un professionista con anni di esperienza alle spalle non dovrebbe sentirsi minacciato dal suo giovane allievo. La condivisione di informazioni, strategie, metodi e fonti non potrà comunque colmare il divario di esperienza esistente fra i due. Quella condivisione, però, potrebbe avere effetti enormemente benefici, a diversi livelli. Beneficerebbe il giovane, e questo è ovvio; ma anche il senior. Non c’è nulla che aiuti a fare chiarezza e a sistematizzare la propria esperienza come il doverla comunicare ad altri. L’esperienza, se condivisa, acquista maggior valore: perché per condividerla va meditata, analizzata, organizzata, classificata; e questa sistematizzazione la rende più utile, più accessibile, più “importante”. Inoltre, la condivisione è utile alla categoria come tale: dimostra infatti una consapevolezza del proprio ruolo culturale che non può non far bene alla nostra immagine pubblica.

 

Non dimentichiamo che nei codici deontologici delle professioni l’assistenza nei confronti dei colleghi più giovani è un dovere indicato esplicitamente. Cito il codice deontologico dei biologi, che ho a portata di mano: “Il Biologo favorisce la formazione e l’aggiornamento dei colleghi, con particolare riguardo ai colleghi più giovani. Egli divulga le proprie conoscenze ed è disponibile a fornire informazioni … che ritenga utili per un adeguato aggiornamento.” Vale la pena di notare che qui non si sta parlando di docenti, ma semplicemente di colleghi. Ovviamente questa disponibilità dovrebbe essere ancora maggiore se fra le due parti c’è un rapporto docente/allievo. Bisognerebbe lavorare molto su questo, nelle associazioni.

 

 

  1. Ritornando all’annoso problema del ruolo spesso misconosciuto e mai abbastanza valorizzato del traduttore editoriale, non credi sia opportuno apporre sempre il nome del traduttore già sulla copertina di ogni libro, giusto sotto il nome dell’autore?

 

La formula forse più corretta sarebbe quella di aggiungere, sotto al nome dell’autore, una scritta sulla falsariga delle seguenti: “e, per l’edizione italiana, XY”/ “tradotto da XY”/ “nella traduzione di XY” – dove XY è il nome del traduttore. Sarebbe giusto. Aiuterebbe la formazione di un’immagine corretta della traduzione e dei traduttori, al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. La cosa fondamentale, comunque, è che il nome sia riportato sul frontespizio del libro.

 

Fermo restando questo punto, che è irrinunciabile,  le “battaglie” dei traduttori editoriali – a mio avviso – dovrebbero essere anche altre. Per esempio: la formulazione di un contratto standard, riconosciuto e adottato dall’AIE (Associazione Italiana Editori), che vincoli gli editori ad essa aderenti. Questo contratto dovrebbe prevedere una tariffa minima, la cessione dei diritti per un periodo possibilmente inferiore ai vent’anni attuali, il pagamento di un anticipo mentre il lavoro è in progress e il saldo del restante dovuto non oltre 30 giorni dalla consegna – insieme ad altre clausole oggi presenti solo in una minima parte dei contratti in uso. Queste clausole andrebbero a vantaggio non soltanto del traduttore, ma di tutti coloro che sono interessati alla qualità dei libri: autori, editori, pubblico. Lavorare serenamente significa essere liberi di esprimere le proprie potenzialità al massimo. Significa essenzialmente qualità.

 

  1. Il traduttore vive all’ombra dell’altra lingua, citando il titolo di un recente saggio di Antonio Prete sulla traduzione, ed è una lunga storia d’amore, come ebbe a definire Nabokov il suo rapporto con la lingua inglese: ti sei trovata sempre a tuo agio in questa veste di ricreatrice di testi altrui oppure talvolta hai pensato “no, questo non lo traduco!”? Sei mai stata tentata da progetti autoriali?

 

Per me la traduzione è una forma di scrittura, di attività scrittoria, diversa da quella autoriale, ma non inferiore. Per qualche strano motivo, che deve avere a che fare con la struttura e il funzionamento del nostro cervello,  noi esseri umani siamo a disagio con la diversità, a meno che non ci riesca di costringerla in una gerarchia: alto e basso, superiore e inferiore; spesso, però, questo tipo di categorizzazione non funziona – le cose sono diverse, e stanno fianco a fianco, sullo stesso livello. La traduzione è un’attività creativa con finalità sue, che sono diverse dalle finalità della scrittura autoriale. Uno può essere un ottimo scrittore e un pessimo traduttore (gli esempi illustri non mancano); e viceversa – nel senso che un ottimo traduttore potrebbe non avere niente di suo da dire; in tal caso potrebbe essere, appunto, un ottimo traduttore ma un pessimo scrittore (ovviamente, un traduttore eccellente condividerà con lo scrittore l’abilità tecnica della scrittura).

 

La traduzione di parole altrui non mortifica la creatività del traduttore (come pensano erroneamente in molti, anche fra i traduttori!). La traduzione è una scrittura con particolari vincoli; semmai, impone di esercitare la creatività in condizioni più difficili. Per quanto mi riguarda, quando traduco mi adeguo alle regole del gioco senza “soffrire”.

 

Mi sono mai ribellata al testo originale? Escludiamo ovviamente il caso del testo originale con errori oggettivi (che ovviamente non vanno trascinati nel testo tradotto). Ho mai tradotto cose che non condividevo?  Da giovane ho tradotto alcune idiozie, sì. Libri di cui il mondo poteva tranquillamente fare a meno (e che l’editoria italiana avrebbe potuto benissimo risparmiare ai lettori di casa nostra). Non tradurrei testi il cui contenuto fosse, a mio giudizio, non etico. Non tradurrei, per esempio, testi razzisti. Ho tuttavia tradotto libri in cui erano sostenute tesi che non condividevo, ma che sentivo di poter rispettare, ed è stato un bell’esercizio. Traducevo rispettosamente e, nel frattempo, sostenevo un acceso dibattito interiore, confutando il mio autore parola per parola. Fra queste traduzioni, eseguite con la mente ribelle e quindi sempre sveglia, ve ne sono alcune che ritengo particolarmente ben riuscite. Non occorre innamorarsi del proprio autore o delle sue idee per tradurre bene il suo testo.

 

Progetti autoriali miei? Io scrivo, certo. Traduco le parole altrui e scrivo le mie. In fondo anche questo è un aspetto dell’eclettismo di cui parlavamo prima. Le parole che traduco vengono pubblicate, ed io vivo grazie a questo. Le parole mie, per il momento, non sono pubblicate – e io non sento nessuna urgenza di andare in quella direzione. Almeno per adesso è un’attività personale, uno spazio intellettuale molto privato e silenzioso. C’è chi dipinge senza fare mostre, chi suona senza dar concerti e chi scrive senza pubblicare. Semplicemente per chiarirsi le idee e mettere a fuoco i pensieri. Per concedersi una vacanza dai vincoli della scrittura traduttiva. Senza scadenze, prendendosi tutto il tempo che occorre.  Un piacere sottile, per chi fa il traduttore di mestiere …

 

Written by ASTW

La traduzione brevettuale – Parte I

La traduzione brevettuale

Vediamo in concreto le difficoltà che comporta la traduzione brevettuale, attraverso l’analisi del linguaggio utilizzato. Il primo insieme di dati illustrato in un brevetto è quello dei dati anagrafici, che include:

  1. il nome dell’inventore, o degli inventori (inventor);
  2. l’identificazione del titolare del brevetto che presenta la domanda (applicant);
  3. la data di deposito del documento (date of filing);
  4. il numero della domanda di brevetto (application number);
  5. il numero di pubblicazione del brevetto (publication number);
  6. la data di pubblicazione della domanda di brevetto (date of publication of application);
  1. la classificazione attribuita ai sensi della classificazione internazionale dei brevetti (int. cl.);
  2. la priorità (priority).

Nella traduzione italiana di un brevetto redatto in lingua straniera (qui ci riferiremo all’inglese) sono indicati i dati basilari per l’identificazione del brevetto tradotto. Il secondo insieme di dati presenti è quello costituito dall’abstract, che riassume il contenuto del brevetto, in 100-200 parole. Qui viene data una descrizione di natura tecnica degli elementi principali dell’invenzione e delle loro funzioni. L’ultimo paragrafo riassume con chiarezza il risultato che si può ottenere con l’invenzione (questo paragrafo viene introdotto da as a result), e quindi lo scopo principale. Già nell’abstract troviamo alcune caratteristiche fondamentali del linguaggio brevettuale: il largo uso di forme passive e la tendenza a ripetere gli stessi verbi. In particolare i verbi che si trovano nell’abstract sono presenti nel brevetto in percentuale alta.

La terza parte, chiamata  dichiarazione di scienza,  è rappresentata dalla descrizione dell’invenzione, e si articola secondo una precisa struttura. Prima di tutto è identificato il campo dell’invenzione affinché il destinatario possa collocarla nel contesto appropriato. Viene identificato il campo dell’invenzione prima in generale e poi in particolare (the present invention generally relates to … and more particularly to …, la presente invenzione si riferisce in generale a …, e più specificatamente a…). Il lessico usato è quello che tornerà frequentemente in tutto il brevetto.

In secondo luogo viene descritta la nota per affrontare il problema che l’invenzione vuole risolvere. I problemi che le tecniche già note non hanno risolto sono trattati nella parte introdotta da however (tuttavia), e il loro elenco è fatto attraverso le espressioni  in addition (inoltre), e  furthermore (inoltre). A questo punto viene evidenziata l’aspetto fondamentale che le tecniche note non hanno risolto e che invece questa invenzione potrà risolvere, rivendicando così un requisito importante dell’invenzione, cioè  la novità. La congiunzione conclusiva therefore introduce appunto la conclusione del discorso attirando su questo punto l’attenzione del destinatario. Ed è qui che viene presentata l’invenzione come innovativa e necessaria:  the present invention satisfies this need in a manner not heretofore known in the art (la presente invenzione soddisfa questa esigenza in una maniera fino ad ora sconosciuta nella tecnica).

Segue, l’elenco degli scopi dell’invenzione, tutti introdotti da una espressione fissa ripetuta con variazioni minime, per ogni singolo scopo:

–  it is an object of the present invention to provide a (È uno scopo della presente

invenzione fornire un …),

–  it is another object of the invention to provide a (È un altro scopo dell’invenzione fornire un …),

–  it is a still further object of the invention to provide a (È ancora un ulteriore scopo dell’invenzione fornire un …),

– it is an even further object of the invention to provide a (È uno scopo ancora ulteriore dell’invenzione fornire un …).

A questo punto troviamo la parte in cui l’invenzione è descritta in tutti gli elementi che la compongono. Il discorso assume la forma di un elenco introdotto da comprising. Da questo punto fino alla fine dell’elenco non si trova un punto, solo virgole o punti e virgole. La maggior parte dei verbi appare sotto forma di participi presenti: comprising, defining, having, being, allowing. Le restanti forme verbali sono participi passati, l’ausiliare  essere in frasi relative introdotte da which, che dipendono da un participio presente. La struttura del discorso è semplice, ed è evidente la ripetizione di said accanto ai sostantivi che indicano gli elementi già descritti.

Dopo la descrizione delle parti statiche dell’invenzione viene descritto, se è il caso, il suo funzionamento: il paragrafo inizia con in operation (durante il funzionamento). Viene quindi ribadito in sintesi lo scopo dell’invenzione e la sua novità rispetto a quei sistemi già noti che provocano gli inconvenienti descritti.

La sezione successiva è dedicata alla descrizione dei disegni presentati insieme al brevetto. Il lessico è quello delle didascalie che descrivono le prospettive delle figure disegnate:  perspective view (vista prospettica);  exploded perspective view (vista prospettica esplosa); cross-sectional view (vista in sezione trasversale); a view taken along line (vista presa lungo la linea).

Dopo aver illustrato i principi generali  dell’invenzione si passa alla descrizione dettagliata di un esempio, che viene definito come preferred embodiment.

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