The Hill We Climb: l’intervista alla traduttrice italiana Francesca Spinelli

“Come molti di voi già sapranno, il mondo dell’editoria e quello della traduzione navigano in acque tempestose”. È con queste parole che in un articolo pubblicato a marzo ho introdotto il “caso” Amanda Gorman. “The Hill We Climb”, la poesia della giovane scrittrice americana, ha destato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale, case editrici comprese.

Ed è proprio dalle scelte di queste ultime che è scaturito il dibattito sulla figura del traduttore. Dibattito basato non tanto sulle qualità professionali dei linguisti quanto su caratteristiche personali che, a mio parere, poco hanno, o dovrebbero avere, a che fare con la professionalità di un traduttore.

Un argomento delicato e complesso. Traduttori e linguisti di tutto il mondo hanno preso parte al dibattito, chi difendendo la bontà delle critiche, chi legittimando l’operato dei traduttori.

Francesca Spinelli, traduttrice e giornalista italiana alla quale Garzanti ha affidato il compito di tradurre la celebre poesia, ha esposto il proprio punto di vista nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Chi meglio di lei può aiutarci a comprendere meglio una questione tanto spinosa?

L’intervista

Che opinione si è fatta del caso traduttori nei Paesi Bassi e in Catalogna?
«Sono due casi molto diversi. Nei Paesi Bassi è stata Marieke Lucas Rijneveld a tirarsi indietro di fronte alle critiche nate in un contesto preciso, quello del mondo culturale olandese, con le sue tensioni e le richieste di dare maggiore visibilità ad artiste e artisti afro-olandesi. Nella poesia pubblicata qualche giorno dopo la vicenda, Rijneveld ha sottolineato l’autonomia della sua decisione. Molti l’hanno invece presentata come vittima passiva di un’imposizione venuta da oltreoceano. È solo una delle tante semplificazioni scaturite dalla vicenda. Nei Paesi Bassi, come nelle Fiandre e in Francia, la polemica è stata strumentalizzata dalla destra in nome della difesa dell’“integrazione”, termine in questo contesto molto insidioso».

Il caso di Victor Obiols è diverso?
«Sì. Capisco che non abbia apprezzato l’essere congedato a lavoro già completato, ma non è chiaro se il suo profilo fosse stato approvato dal team di Amanda Gorman. Può darsi che Obiols abbia pagato per un’inavvertenza dell’editore catalano. Detto ciò, la sua prima reazione — ha parlato di “inquisizione” e dichiarato che si sarebbe annerito la faccia per poter tradurre, moderando poi i toni nelle interviste successive — rivela secondo me uno degli aspetti più interessanti della vicenda, ovvero la faglia generazionale che attraversa il mondo della traduzione, e il diverso modo in cui, a seconda dell’età, sono stati definiti in queste ultime settimane concetti come la sensibilità e la legittimità del traduttore».

Combattere insieme le disuguaglianze

È certamente condivisibile il rifiuto di strumentalizzare un fatto riguardante la professione del traduttore, ed è altrettanto condivisibile il pensiero di chi, nonostante riconosca l’occasione persa di dare visibilità alle tante minoranze, predilige la professionalità del linguista come base di un incarico di traduzione. Se nel caso di Marieke Lucas Rijneveld si può parlare di una scelta personale (nonostante questa faccia seguito alle critiche ricevute) altrettanto non si può dire per Victor Obiols. Nel caso del traduttore catalano credo che, a prescindere da chi abbia preso la decisione di rimuoverlo dall’incarico (se l’editore o il team di Amanda Gorman), il fulcro del problema siano in realtà le motivazioni alla base.

L’obiettivo deve essere l’inclusione, sempre e comunque, non limitata ad alcuni testi. Se la finalità delle nostre azioni mira a un mondo epurato dalle disuguaglianze, qualsiasi distinzione, di natura diversa dalla professionalità, risulta in qualche modo controproducente. Dovremmo tutti godere degli stessi diritti, un traduttore afroamericano, ad esempio, deve poter tradurre qualsiasi autore, non solamente scrittori appartenenti a una minoranza. Lo splendido lavoro di Francesca Spinelli ne è la prova (The Hill We Climb – Parole di coraggio, speranza e futuro).

Stefano Gaffuri