ATTRAVERSO – RUBRICA A CURA DI LETIZIA MERELLO (15)

Attraverso… la connessione. Il senso del tragicomico è sempre stato una mia spiccata caratteristica. Ho quindi deciso, per il mese di settembre, di parlare della connessione con le persone con cui mi relaziono durante la mia giornata lavorativa. E ho deciso di farlo nel momento dell’anno in cui mi sento più sconnessa in assoluto: il primo giorno di lavoro dopo le ferie.

Stamattina, prima di mettermi all’opera, ho indugiato con il mio caffè accompagnato dalle domande e dalle chiacchiere di rito: ci raccontiamo quanto sono state belle le nostre vacanze, quanto è stato traumatico il rientro, come sono andate le cose per chi è rimasto in ufficio. Fra una battuta e l’altra non vedo i sorrisi, gli occhi stanchi o le mani indaffarate alle tastiere: al loro posto, i nomi di ognuno, accompagnati dalla frase “sta scrivendo” e tre puntini di sospensione che pulsano.

Molto diverso dal parlare guardandosi negli occhi o darsi una gomitata e ridere dopo una frecciatina velenosa, ma pur sempre qualcosa. E poi non tutto si riduce a comunicazione scritta: ci sono le telefonate, le videochiamate… di certo una delle cose che più mi manca è la spontaneità delle comunicazioni e, non meno importante, la possibilità di architettare scherzi ai danni dei miei malcapitati compagni di ufficio.

Questa connessione a distanza è ormai da un anno la mia routine, ma mi preparo a fare il mio rientro in ufficio a breve. A riguardo ho sentimenti contrastanti: l’entusiasmo e la curiosità all’idea di ri-vedere quotidianamente le persone con cui effettivamente collaboro ogni giorno sono innegabili. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia, su cui la mia indole introversa si è molto adagiata negli ultimi dodici mesi.

Non posso negare che le mie comunicazioni con colleghi e superiori si siano ridotte al minimo indispensabile, proprio per la mancanza di quell’immediatezza che viene dallo stare insieme nello stesso ambiente. Per fare un esempio pratico: se devo consultarmi con chi rivedrà la mia traduzione perché ho un dubbio su una scelta terminologica non esito a farlo. Ma quando mi capita da tradurre un brevetto che riguarda un’invenzione assurda (gli esempi abbondano, ma per ragioni di riservatezza lascio tutto alla vostra fervida immaginazione) sorrido, forse rido tra me e me, ma spesso tiro dritta per la mia strada, senza rendere nessuno partecipe della mia ilarità.

Quello che una volta era un pretesto per alzarsi dalla scrivania, sgranchirsi le gambe e prendersi una piccola pausa insieme è diventato un sorriso solitario che dura una manciata di secondi. Mi sento più efficiente, iperconnessa e allo stesso tempo distaccata, un passo indietro da tutto. È un cambiamento irreversibile?

No, non ho dubbi sul fatto che ci vorrà pochissimo a “riprendere il filo” con i colleghi. In compenso ho un’altra riflessione, di risoluzione meno immediata: cosa succede a un linguista quando perde la propria connessione?

Il mio lavoro di traduttrice consiste nel trasporre un messaggio da un sistema di comunicazione a un altro. La traduzione tecnica, e nello specifico la traduzione di brevetti, non richiedono grandi doti di empatia e di intelligenza emotiva, ma si tratta pur sempre di comunicare qualcosa. Non solo: la curiosità, e di conseguenza l’apertura, sono essenziali per adattare la propria lingua all’innovazione tecnica, che costituisce il cuore di ogni testo brevettuale.

Ovviamente, tenermi aggiornata sulle novità del settore linguistico e dei diversi ambiti tecnici di cui ci occupiamo e mantenere vivo il rapporto con le persone che lavorano con me restano due obiettivi ben distinti. Tuttavia, sono convinta che sulle nostre azioni quotidiane si plasmino le nostre competenze più specifiche e che il generale informi sempre il particolare.

In quest’ottica il contatto, l’ascolto e il dialogo sono valori da mettere in pratica tutti i giorni, sia durante il lavoro che davanti alla macchinetta del caffè. E la capacità di stabilire una connessione autentica con chi lavora fianco a fianco con noi va a beneficio non solo dell’apertura di ognuno, ma anche della capacità di trovare soluzioni sempre nuove lavorando insieme.

Quella nell’immagine di copertina sono io, disegnata da Claudia Plescia.