Gender bias: tra lingua e pregiudizio di genere

Ne avevamo parlato in un nostro precedente articolo: i gender bias sono uno dei temi più caldi della linguistica moderna. L’essere umano utilizza il linguaggio per descrivere il mondo che lo circonda, ma in che modo la lingua parlata influenza il nostro modo di pensare?

Uno studio condotto dai ricercatori Molly Lewis e Gary Lupyan, pubblicato su Nature Human Behaviour, evidenzia la correlazione tra lingua parlata e pregiudizi di genere. La ricerca ha incluso 25 sistemi linguistici allo scopo di trovare il legame, implicito ed esplicito, tra la presenza di gender bias all’interno della lingua e la reale associazione tra un determinato lavoro e il genere della persona (Abstract).

Questa ricerca si basa sulle differenti rappresentanze di genere all’interno del settore scientifico (STEM e Life Science) e universitario.

Lo studio e i risultati

Per stabilire anzitutto quali fossero le lingue nelle quali è riscontrabile una maggiore presenza di pregiudizi di genere, i ricercatori hanno formato modelli di apprendimento automatico su ampi corpora testuali per ciascuna delle lingue oggetto di studio.

Successivamente hanno iniziato la ricerca attiva di gender bias in questi sistemi, esaminando ad esempio quanto spesso la parola “donna” fosse associata alle parole “casa“, “famiglia” e “figli” e il termine “uomo” a “lavoro” e “carriera“. I risultati, affermano i ricercatori, mostrano come in tutte le 25 lingue il concetto di carriera sia prevalentemente correlato al genere maschile.

In Italia, per esempio, alle professioni di segreteria si associa nella maggior parte dei casi il genere femminile del lavoratore.

La ricerca ha in seguito esaminato le associazioni psicologiche implicite dei partecipanti. Questi ultimi sono stati sottoposti a un test denominato Implicit Association Test, nel quale è stato chiesto loro di associare un genere a una determinata professione.

I risultati sottolineano come le persone che parlano una lingua con un’alta presenza di gender bias abbiano una maggiore propensione ad applicare questi pregiudizi nella vita lavorativa di tutti giorni.

Inoltre, com’era facilmente pronosticabile, i paesi con una popolazione più anziana presentano pregiudizi più forti e radiati.

Sebbene dalla ricerca emerga un legame tra due i due parametri oggetto di studio, suggerendo un reale collegamento tra associazione linguistica e giudizio implicito, la ricerca non è da considerarsi conclusa. Ai ricercatori è stato infatti richiesto di approfondire il lavoro svolto finora, per esplorare le statistiche e segmentare maggiormente le percentuali relative alle diverse mansioni.

Gender bias e linguaggio inclusivo

Resta infine da stabilire quanto il pregiudizio implicito derivi dal sistema linguistico anziché dalle tradizioni e dalla cultura del paese. Come espresso nell’introduzione di questo articolo, il linguaggio descrive il mondo in cui viviamo. Un paese culturalmente maschilista, quindi, avrà una maggiore tendenza a presentare gender bias nella propria lingua nazionale.

Questa riflessione porta inevitabilmente a porci un quesito: un linguaggio inclusivo può cambiare questa realtà?

Con ogni probabilità, l’abitudine linguistica di associare un determinato genere a una professione influenza il nostro pensiero implicito. Modificare quindi il nostro modo di esprimerci potrebbe variare il modo in cui vediamo le varie realtà con le quali veniamo in contatto.

L’ingresso di nuovi termini procede di pari passo con l’introduzione di nuove abitudini e innovazioni all’interno della società. La lingua italiana è sempre stata propensa ad accogliere nuovi vocaboli, anche stranieri, potremmo quindi imparare qualcosa da quelle lingue che utilizzano il genere neutro?