In questa bella intervista di Marco Trombetti nel noto format di Marco Montemagno il CEO di Translated ha avuto modo di discutere di cose assai interessati, ad esempio di machine learning e machine translation, ma io ho enucleato due argomenti cui vorrei bevemente accennare.

In primo luogo, il modo molto spesso aleatorio ed erratico con cui si dà vita a un’azienda, come Translated, che ha anticipato così tanto i tempi (vendita online di servizi linguistici completamente disintermediata, o quasi) da non avere clienti, almeno all’inizio della sua attività. È molto interessante apprendere che sia stato un progetto parallelo, una specie di social network che doveva essere usato per convertire il pubblico all’acquisto di servizio di traduzioni con l’inserimento di banner pubblicitari, ad avere rappresentato una prima fonte di reddito a cui attingere per sviluppare il progetto Translated, non appena le condizioni di mercato fossero maturate. Marco è molto sincero nel riconoscere che lui non aveva la minima idea di cosa stesse facendo, nel senso che laddove avrebbero dovuto esserci strategia e studio di un business plan, c’era invece una buona mole di improvvisazione. Ma anche di fortuna e, non ultimo per importanza, di intuito. Solo in un secondo momento, quando ormai Translated si affermava, il CEO di Translated ha appreso dell’esistenza dei venture capital e del mercato dei capitali, che sono gli unici modi efficaci per far crescere un’azienda nell’ottica di ottenere una sempre maggiore competitività.

Un altro argomento assai interessante ma su un altro piano, è stato quello relativo al lavoro dei traduttori. In sintesi, Marco Trombetti dice che molti traduttori che hanno abbracciato le nuove tecnologie, segnatamente la machine translation, ma che erano di base anche molto bravi hanno visto aumentare il loro fatturato in modo notevolissimo. Gli altri, invece, che partivano già svantaggiati “costituzionalmente” (non tutti possono essere eccellenti) e che hanno rifiutato il nuovo paradigma del lavoro (il traduttore non è più, o almeno non è solo un linguista ma dovrà anche essere una persona con competenze trasversali, da quelle del terminologo a quelle del linguista computazionale, almeno a livello di rudimenti) sono rimasti indietro.

Mi sento quindi di consigliare ai traduttori, specie quelli in erba, di non aver paura di “sprecarsi” come post-editor perché, prima o poi, quasi la totalità della pipeline dell’industria della traduzione passerà per le “fauci” della machine translation. Alcuni diranno delle tariffe “da fame” che vengono riconosciute ai post-editor. Vorrei essere molto franco e preciso al riguardo. Oggi, buona parte dei motori di machine translation è in grado di offrire una qualità dell’output tale da legittimare tariffe dell’ordine dei tre centesimi di euro a parola. È del tutto ragionevole e fattibile fare 1.000 parole e più all’ora con questi mezzi, che fanno, in media, 30 euro l’ora circa, che è un onorario più che dignitoso per la professione del traduttore.

Se è legittimo trarre una morale da questi spunti, è possibile dire che per crescere è necessario precorrere (ma non è facile) ed essere aperti alle novità ma, sopratutto, essere pronti a cavalcarle piuttosto che a subirle. Credo sia preoccupante il persistere, tra i traduttori, di una fobia per le novità in generale (neofobia) e segnatamente nei confronti della tecnologia per la traduzione. Le condizioni del lavoro vengono imposte dal contesto tecnologico: adattarsi a questo e anzi sfruttarlo al massimo è forse lo skill più importante per chiunque voglia intraprendere oggi la professione del traduttore.

Dalla Redazione di ASTW