Come la nostra lingua madre modella il nostro modo di pensare

In che modo la nostra lingua madre influenza la persona che siamo.

Trascorriamo quasi tutte le ore di veglia – e alcune delle ore di sonno – usando il linguaggio. Anche quando non parliamo con altre persone, per la maggior parte del tempo stiamo eseguendo un monologo nella nostra testa. E spesso usiamo il nostro codice linguistico anche quando sogniamo.

Visto il grado di utilizzo del linguaggio, non solo per comunicare con gli altri ma anche nel pensare a noi stessi, non sorprende che la lingua che parliamo modelli il tipo di persona che siamo.

Correnti di pensiero

Nella prima metà del ventesimo secolo, gli psicologi tendevano a equiparare il pensiero con la parola rivolta verso l’interno. In altre parole, quando pensiamo, stiamo solo parlando a noi stessi. Di conseguenza, sono giunti alla conclusione che possiamo pensare solo nei termini che la nostra lingua madre ci fornisce. Questa convinzione di determinismo linguistico costituì la premessa per il romanzo distopico di George Orwell 1984, in cui il governo controllava i pensieri delle persone limitando le parole nella lingua.

Nella seconda metà del ventesimo secolo, gli psicologi sostenevano che il pensiero precedesse il discorso, sia in fase di sviluppo della produzione linguistica, sia in tempo reale. Pertanto, ritenevano che la struttura del linguaggio fosse vincolata dai limiti della cognizione, una posizione che potremmo chiamare determinismo cognitivo. Ad esempio, il fatto che tutte le lingue abbiano la stessa struttura di base può essere spiegato in termini di limitazioni innate nella nostra memoria e attenzione.

Nel ventunesimo secolo, sappiamo che la verità si trova a metà strada tra questi due estremi. Ora riconosciamo che alle volte il linguaggio influenza il pensiero e altre volte il pensiero influenza il linguaggio. L’obiettivo della psicolinguistica è quindi quello di determinare la direzione in cui la causalità si sviluppa in circostanze particolari.

In un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Psychological Science, gli psicologi dell’Università di Edimburgo Alexander Martin e Jennifer Culbertson discutono di un fenomeno noto come suffixing preference, o predilezione per i suffissi. Questo fenomeno è stato adottato, da un certo numero di psicologi, come una presunta dimostrazione di come le limitazioni cognitive innate modellino il linguaggio.

La lingua inglese e le lingue europee

In inglese, e in molte altre lingue, si può modificare il significato di una parola o cambiarne il ruolo grammaticale aggiungendo un prefisso prima della radice, come in un-happy (infelice), oppure inserendo un suffisso di seguito, come in happi-ness (felicità). Tuttavia, l’inglese, come la maggior parte delle lingue del mondo, ha una forte preferenza per i suffissi rispetto ai prefissi.

In altre parole, ci sono molti più suffissi che prefissi nella maggior parte delle lingue, da cui il concetto suffixing preference. In effetti, uno studio su quasi 1.000 lingue ha rilevato che il 55% ha una preferenza forte o moderata per i suffissi, mentre solo il 15% ha una preferenza forte o moderata per i prefissi. Il restante 30% utilizza pochissimi suffissi e prefissi oppure li utilizza in misura approssimativamente uguale.

La spiegazione standard per la predilezione per i suffissi è l’ipotesi di un preconcetto cognitivo che rende più rilevante l’inizio delle sequenze. Questa ipotesi si basa sui risultati di studi che esaminano il modo in cui le persone elaborano una serie di stimoli.

Ad esempio, alcune persone ascoltano una sequenza di note musicali, come do-re-mi-do. Poi sentono altre due serie, fa-re-mi-do e do-re-mi-fa. La maggior parte delle persone giudicherà più simile all’originale la serie con il cambiamento alla fine rispetto a quella con il cambiamento all’inizio. Per qualche ragione, una variazione all’inizio della sequenza spicca più di una variazione alla fine.

Il lavoro di Martin e Culbertson

Tuttavia, Martin e Culbertson indicano che tutti gli studi sulla preferenza del suffisso sono stati condotti in paesi WEIRD: occidentali, istruiti, industrializzati, ricchi e democratici (Western, educated, industrialized, rich, and democratic). Gran parte del mondo WEIRD parla inglese e il restante parla altre lingue europee strettamente correlate. Inoltre, a quanto pare, tutte le lingue europee hanno una forte preferenza per i suffissi. Ciò significa che non possiamo escludere la possibilità che questo fenomeno sia dovuto all’esperienza con la lingua piuttosto che a un preconcetto cognitivo innato.

Ciò che serve è un test sulla suffixing preference in un paese non WEIRD in cui la lingua abbia una forte predilezione per i prefissi. Questo è esattamente ciò che hanno fatto Martin e Culbertson.

L’esperimento

La struttura del loro esperimento era semplice. La metà dei partecipanti ha ascoltato una serie di sillabe, come ta-te, seguita da due serie aggiuntive, come be-ta-te e ta-te-be. È stato quindi chiesto loro di scegliere quale fosse più simile all’originale. Gli altri partecipanti hanno visto una serie di forme, come quelle nella foto sotto, scegliendo di nuovo la serie successiva che più somigliava alla prima.

Stimoli campione, Martin e Culbertstone (2020)
Fonte: SAGE pubblicazioni/ Utilizzato previa autorizzazione

I ricercatori hanno eseguito per la prima volta l’esperimento su parlanti aventi come lingua madre l’inglese reclutati in tutto il mondo WEIRD tramite Internet. I risultati erano coerenti con la ricerca precedente, in quanto i partecipanti preferivano sequenze con il cambiamento alla fine piuttosto che all’inizio, indipendentemente dal fatto che gli stimoli fossero sillabe o forme.

Successivamente, i ricercatori hanno lasciato il mondo WEIRD e si sono recati nel Kenya rurale. Questa volta, i partecipanti all’esperimento erano parlanti di una lingua chiamata Kiitharaka, che utilizza molti prefissi e pochi suffissi. Se la predilezione per il suffisso è un preconcetto cognitivo innato, anche i parlanti di Kiitharaka dovrebbero preferire le sequenze con il cambiamento alla fine piuttosto che all’inizio.

Ma questo non è ciò che hanno scoperto Martin e Culbertson. I parlanti madrelingua Kiitharaka hanno ritenuto che le sequenze con il cambiamento all’inizio fossero più simili all’originale. Pertanto, i risultati suggeriscono che il modo in cui elaboriamo le sequenze, comprese quelle di suoni privi di significato e simboli visivi, sia influenzato dalla struttura della nostra lingua madre, piuttosto che da un preconcetto cognitivo, come proposto dagli psicologi WEIRD.

Ovviamente, questo esperimento deve essere replicato in diverse culture non WEIRD. Questo, tuttavia, può essere difficile e costoso da eseguire per gli psicologi di questa realtà.

Tuttavia, questo studio serve a ricordare che i risultati nel mondo WEIRD non si estendono necessariamente al resto dell’umanità.

Testo adattato e tradotto dall’articolo redatto da David Ludden e pubblicato su Psychology Today.

Stefano Gaffuri