ATTRAVERSO – RUBRICA A CURA DI LETIZIA MERELLO (14)

Attraverso… la creazione. Un paio di puntate fa, parlando di revisione, ho accennato a come lo stile personale di un traduttore sia un aspetto importante anche nelle traduzioni tecniche, dove non ci si aspetta che rappresenti un valore aggiunto.

Oggi vi racconterò invece di una parte del mio lavoro in cui trovo che una voce personale sia essenziale. Sono certa che avrete già indovinato: si tratta della creazione di contenuti per il blog di ASTW.

Non mi piace riservare un momento speciale alla scrittura: ho un approccio pratico e ho smesso da tempo di credere all’inafferrabile chimera dell’ispirazione. Visto che il mio obiettivo è far conoscere meglio il mio mestiere, penso sia una buona idea dedicarmi alla creazione dei miei post nel pieno dell’azione, durante un progetto di post-editing o di traduzione.

Immagine di JOSHUA COLEMAN da Unsplash

Oggi sembra la giornata perfetta: sto traducendo un brevetto di chimica con formule e passaggi davvero ripetitivi, tanto che mi rendo conto di aver confermato qualche segmento senza rileggerlo con la dovuta attenzione, e capisco che il mio cervello mi sta chiedendo di giocare. Come posso accontentarlo senza essere oziosa?

Ho la risposta: prendo il mio quaderno con la copertina azzurra, distolgo lo sguardo dal PC e inizio a scrivere. È come fare un tuffo rinfrescante in una lunga giornata afosa.

Per una decina di minuti la mia Bic nera produce un flusso quasi ininterrotto di idee: alcune finiranno in questo post, altre forse le riacchiapperò e svilupperò diversamente più avanti, oppure resteranno lì, a fare volume sullo scaffale del soggiorno.

Scrivere è un’attività che mi piace tantissimo già dai primi anni di scuola, quando raccontavo al mio maestro che avrei fatto la giornalista. Le cose sono andate diversamente, ma forse diventando traduttrice ho scelto una strada più tortuosa per la stessa destinazione: dare forma al mio mondo con le parole.

Mi fermo a rileggere quello che ho appena: alcune cose mi fanno ridacchiare, altre mi fanno arrossire, altre ancora rabbrividire… e poi c’è il mio critico interno, che non manca mai di farmi sapere la sua, ma è una conoscenza di vecchia data e sto imparando a tenerlo a bada quando non ha cose utili da dirmi.

Immagine di JOSHUA COLEMAN da Unsplash

Dovrò semplificare delle frasi, tagliare delle parti troppo prolisse, ma tutto sommato mi piace quello che vedo perché mi ci riconosco. E questo, miei affezionati lettori, è precisamente il mio traguardo, ma anche il mio problema: mi si vede troppo?

Attendo il momento in cui, ogni mese, mi dedico a scrivere la mia rubrica come una parentesi in cui finalmente mettermi a mio agio e prendere tutto lo spazio di cui ho bisogno. Non devo rendermi invisibile, come è giusto che sia quando traduco, tutt’altro!

Qui ho la possibilità di far sentire la mia voce senza camuffare nessuna delle sue sfumature. Insomma, non è come quando traduco e devo trattenermi dal rendere più scorrevole una frase perché vorrebbe dire modificarne leggermente il significato, oppure quando vorrei correggere un errore palese ma devo restare fedele al testo e limitarmi a riportarlo e segnalarlo.

È un’opportunità splendida, ma fa sempre un po’ paura. Sia a quella bambina che voleva stare dietro le quinte e scrivere le notizie, sia a questa donna, che usa le parole per accompagnare da una lingua all’altra le idee di altre persone.

Sapete cosa vi dico? Siano lodati i brevetti di chimica! La traduzione più difficile, con cui mi misuro ogni giorno, è ben altra: tradurre me stessa in un formato leggibile. Ma è anche la più appassionante.

Quella nell’immagine di copertina sono io, disegnata da Claudia Plescia.