Intervista a Isabella C. Blum

  1. Il tuo eclettismo (ti sei cimentata nella traduzione letteraria ma anche in testi più scientifici e tecnici, e in altri a cavallo tra scienza e letteratura) testimonia dell’importanza, per i traduttori, di non chiudersi nell’ambito asfittico di una sola disciplina. Tuttavia,  che  impatto ha e ha avuto la tua formazione scientifica sul tuo lavoro di traduttrice?

 

Intanto vorrei puntualizzare che l’eclettismo, di per sé, non è un valore. Ci sono molti colleghi – professionisti eccellenti – che si specializzano in un ambito circoscritto e rimangono in quello, al massimo spingendosi in aree limitrofe, ma senza mai sconfinare troppo. In questo non c’è nulla di male o di riduttivo. Nel mio caso, l’eclettismo fa parte della mia natura; io ho fatto studi classici, ho conseguito una laurea scientifica e ho studiato musica. Negli anni della mia formazione sono stata esposta a letteratura, scienza e musica in dosi massicce ed equivalenti, e mi sono abituata a un pensare meticcio, sviluppando un’avversione particolare per muri e recinzioni. Oggi come oggi, il risultato è che non riuscirei a lavorare serenamente rimanendo sempre vincolata a una tipologia di testo particolare. Naturalmente questo non significa che io traduca di tutto: non sarebbe serio, e soprattutto non sarebbe possibile. Ci sono moltissime tipologie di testo che non ho mai tradotto e che non tradurrò mai: in alcuni casi perché proprio non sono in grado di farlo, in altri casi perché non mi interessano. Effettivamente, però, ho spaziato molto – il che, fra l’altro, mi ha risparmiato la noia: un grosso vantaggio, se si pensa che la noia è l’anticamera della disattenzione (un lusso che un traduttore non può permettersi).

 

Certo, avendo una laurea scientifica, quando ho a che fare testi riconducibili al mio campo di studi (biologia e medicina) mi sento nel mio habitat, capisco subito se mi sto muovendo in un terreno minato o se viaggio su una strada sicura. È impossibile dominare una disciplina vastissima e in continuo divenire come la biologia; ma se si hanno solide basi, si fiuta il pericolo dell’errore; e una volta messi in allerta, è possibile evitarlo. Non sempre, ovvio: ma molte volte. Al di là di questo, a posteriori, credo che ai fini del tradurre la mia formazione scientifica sia stata preziosa non tanto per la base culturale, ma soprattutto per l’impostazione metodologica. A prescindere dal tipo di testo con cui si ha a che fare – letterario, scientifico, tecnico, con tutte le possibili ibridazioni – il lavoro del traduttore è un lavoro scientifico, che va affrontato con metodo e con rigore. La mancanza di un metodo “scientifico”, la mancanza di rigore, è alla base di moltissimi errori traduttivi (non soltanto nelle traduzioni scientifiche, ma anche in quelle letterarie).

 

  1. Tra i molti libri che hai tradotto, quale ha rappresentato una particolare sfida?

 

Senza dubbio gli scritti privati di Charles Darwin. Taccuini di appunti e scambi epistolari. Nel primo caso, si trattava note a cui l’autore aveva affidato i suoi pensieri senza prevedere un lettore. Una scrittura che non prevede un lettore, ovviamente, è una scrittura molto particolare, scivolosa, ambigua, non rifinita e non finita: proprio una sfida (senza contare che nel tradurre i passaggi scientifici occorre fare molta attenzione a usare il linguaggio in modo da non anticipare inavvertitamente pensieri e idee che ancora non avevano preso forma, o stavano appena vedendo la luce). Nel caso delle lettere, invece, un lettore era previsto. Ma era un lettore unico e ben preciso (e non un soggetto  generico, facente parte di un pubblico ampio). Questo significa che mittente e destinatario avevano conoscenze ed esperienze condivise – tra loro esisteva una relazione privata, dalla quale noi siamo esclusi e i cui dettagli rimangono in ombra. Entrare in questi testi con rispetto, con garbo, senza esplicitare quello che deve rimanere implicito e nello stesso tempo renderli accessibili alla comprensione di un lettore moderno, rappresenta un’impresa difficile, ma anche immensamente gratificante.

 

  1. La lettura è certamente un’attività che ogni traduttore dovrebbe coltivare come modus vivendi. Hai recentemente una preferenza per qualche tipo di testo o di argomento?

 

Mi piace molto leggere opere di saggistica (che poi sono anche quelle che preferisco tradurre). Mi piace leggere libri che parlano di scrittura, lettura, comunicazione, giornalismo, eccetera – sia con un taglio storico-filosofico, sia con un taglio tecnico. Sono libri che mi interessano profondamente e allo stesso tempo mi servono nel lavoro di traduttrice e di docente di traduzione. Per quanto riguarda la narrativa, sono piuttosto difficile, spesso non vado oltre le prime pagine (il che non significa che il libro non sia buono – significa semplicemente che non mi piace, o che non è il momento adatto per leggerlo: può capitarmi anche con opere di valore). Quando un libro mi piace, lo rileggo molte volte; alcuni titoli vado a rivisitarli una o due volte l’anno.

 

  1. A fronte della sempre più marcata industrializzazione del mercato della traduzione, in particolare per la traduzione extra-editoriale, e delle condizioni lavorative sempre meno allettanti pensi sia ancora possibile la professione di traduttore così come è stata intesa fino a poco tempo fa?

 

Penso sia interessante la possibilità dare vita a studi professionali in grado di offrire al committente un ventaglio di servizi molto ampio, unendo le specializzazioni complementari di più colleghi. In ogni caso, in qualsiasi ambito ci si muova, poiché il mercato è sempre più competitivo, credo che per il freelance l’unica soluzione sia quella di alzare sempre di più il proprio standard di qualità (il che ovviamente ci porta al tema importantissimo della formazione). Il fatto di unire diversi professionisti consente di offrire una gamma di combinazioni linguistiche e di prestazioni che un singolo non potrebbe mai coprire.

 

Per quanto riguarda il discorso delle condizioni lavorative “sempre meno allettanti”, questo da un lato dipende dalla situazione storica in cui ci troviamo attualmente – e in questo senso c’è poco da fare; dall’altro, però, un problema di fondo è quello dell’errata percezione di cui è oggetto il nostro mestiere: sia fra i non addetti ai lavori (committenti compresi), sia fra gli addetti (traduttori e aspiranti tali). Sarebbe fondamentale diffondere un’immagine corretta del nostro lavoro e della nostra professionalità: e questa diffusione dovrebbe cominciare nelle scuole e nelle università dove si formano i traduttori. Purtroppo, devo constatare che questo aspetto della formazione è molto carente.

 

  1. Svolgi un’intensa attività didattica: i traduttori senior sono disposti a trasmettere le loro esperienze e competenze ai traduttori in erba?

 

A volte sì, e molto generosamente; ma non sempre – e spesso in modo non completo.

 

Qui mi viene istintivo il paragone con l’ambiente scientifico, in cui ogni generazione costruisce sulle fondamenta gettate dalla precedente. In campo scientifico c’è una sorta di staffetta (senza voler idealizzare: rivalità e competizione sono diffusissime, e a volte feroci, anche in ambito scientifico – tuttavia, se si vuole andare avanti, il dato acquisito va condiviso). Il campo della traduzione è diverso, le scoperte e le conquiste sono individuali, e in una certa misura sono custodite e protette dal singolo. La sensazione è che nel campo scientifico la condivisione della conoscenza fra maestro e allievo sia necessaria e ineludibile, mentre nel campo della traduzione è spesso considerata un’ingenuità di cui si può fare a meno.

 

Naturalmente non dovrebbe essere così. Un professionista con anni di esperienza alle spalle non dovrebbe sentirsi minacciato dal suo giovane allievo. La condivisione di informazioni, strategie, metodi e fonti non potrà comunque colmare il divario di esperienza esistente fra i due. Quella condivisione, però, potrebbe avere effetti enormemente benefici, a diversi livelli. Beneficerebbe il giovane, e questo è ovvio; ma anche il senior. Non c’è nulla che aiuti a fare chiarezza e a sistematizzare la propria esperienza come il doverla comunicare ad altri. L’esperienza, se condivisa, acquista maggior valore: perché per condividerla va meditata, analizzata, organizzata, classificata; e questa sistematizzazione la rende più utile, più accessibile, più “importante”. Inoltre, la condivisione è utile alla categoria come tale: dimostra infatti una consapevolezza del proprio ruolo culturale che non può non far bene alla nostra immagine pubblica.

 

Non dimentichiamo che nei codici deontologici delle professioni l’assistenza nei confronti dei colleghi più giovani è un dovere indicato esplicitamente. Cito il codice deontologico dei biologi, che ho a portata di mano: “Il Biologo favorisce la formazione e l’aggiornamento dei colleghi, con particolare riguardo ai colleghi più giovani. Egli divulga le proprie conoscenze ed è disponibile a fornire informazioni … che ritenga utili per un adeguato aggiornamento.” Vale la pena di notare che qui non si sta parlando di docenti, ma semplicemente di colleghi. Ovviamente questa disponibilità dovrebbe essere ancora maggiore se fra le due parti c’è un rapporto docente/allievo. Bisognerebbe lavorare molto su questo, nelle associazioni.

 

 

  1. Ritornando all’annoso problema del ruolo spesso misconosciuto e mai abbastanza valorizzato del traduttore editoriale, non credi sia opportuno apporre sempre il nome del traduttore già sulla copertina di ogni libro, giusto sotto il nome dell’autore?

 

La formula forse più corretta sarebbe quella di aggiungere, sotto al nome dell’autore, una scritta sulla falsariga delle seguenti: “e, per l’edizione italiana, XY”/ “tradotto da XY”/ “nella traduzione di XY” – dove XY è il nome del traduttore. Sarebbe giusto. Aiuterebbe la formazione di un’immagine corretta della traduzione e dei traduttori, al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori. La cosa fondamentale, comunque, è che il nome sia riportato sul frontespizio del libro.

 

Fermo restando questo punto, che è irrinunciabile,  le “battaglie” dei traduttori editoriali – a mio avviso – dovrebbero essere anche altre. Per esempio: la formulazione di un contratto standard, riconosciuto e adottato dall’AIE (Associazione Italiana Editori), che vincoli gli editori ad essa aderenti. Questo contratto dovrebbe prevedere una tariffa minima, la cessione dei diritti per un periodo possibilmente inferiore ai vent’anni attuali, il pagamento di un anticipo mentre il lavoro è in progress e il saldo del restante dovuto non oltre 30 giorni dalla consegna – insieme ad altre clausole oggi presenti solo in una minima parte dei contratti in uso. Queste clausole andrebbero a vantaggio non soltanto del traduttore, ma di tutti coloro che sono interessati alla qualità dei libri: autori, editori, pubblico. Lavorare serenamente significa essere liberi di esprimere le proprie potenzialità al massimo. Significa essenzialmente qualità.

 

  1. Il traduttore vive all’ombra dell’altra lingua, citando il titolo di un recente saggio di Antonio Prete sulla traduzione, ed è una lunga storia d’amore, come ebbe a definire Nabokov il suo rapporto con la lingua inglese: ti sei trovata sempre a tuo agio in questa veste di ricreatrice di testi altrui oppure talvolta hai pensato “no, questo non lo traduco!”? Sei mai stata tentata da progetti autoriali?

 

Per me la traduzione è una forma di scrittura, di attività scrittoria, diversa da quella autoriale, ma non inferiore. Per qualche strano motivo, che deve avere a che fare con la struttura e il funzionamento del nostro cervello,  noi esseri umani siamo a disagio con la diversità, a meno che non ci riesca di costringerla in una gerarchia: alto e basso, superiore e inferiore; spesso, però, questo tipo di categorizzazione non funziona – le cose sono diverse, e stanno fianco a fianco, sullo stesso livello. La traduzione è un’attività creativa con finalità sue, che sono diverse dalle finalità della scrittura autoriale. Uno può essere un ottimo scrittore e un pessimo traduttore (gli esempi illustri non mancano); e viceversa – nel senso che un ottimo traduttore potrebbe non avere niente di suo da dire; in tal caso potrebbe essere, appunto, un ottimo traduttore ma un pessimo scrittore (ovviamente, un traduttore eccellente condividerà con lo scrittore l’abilità tecnica della scrittura).

 

La traduzione di parole altrui non mortifica la creatività del traduttore (come pensano erroneamente in molti, anche fra i traduttori!). La traduzione è una scrittura con particolari vincoli; semmai, impone di esercitare la creatività in condizioni più difficili. Per quanto mi riguarda, quando traduco mi adeguo alle regole del gioco senza “soffrire”.

 

Mi sono mai ribellata al testo originale? Escludiamo ovviamente il caso del testo originale con errori oggettivi (che ovviamente non vanno trascinati nel testo tradotto). Ho mai tradotto cose che non condividevo?  Da giovane ho tradotto alcune idiozie, sì. Libri di cui il mondo poteva tranquillamente fare a meno (e che l’editoria italiana avrebbe potuto benissimo risparmiare ai lettori di casa nostra). Non tradurrei testi il cui contenuto fosse, a mio giudizio, non etico. Non tradurrei, per esempio, testi razzisti. Ho tuttavia tradotto libri in cui erano sostenute tesi che non condividevo, ma che sentivo di poter rispettare, ed è stato un bell’esercizio. Traducevo rispettosamente e, nel frattempo, sostenevo un acceso dibattito interiore, confutando il mio autore parola per parola. Fra queste traduzioni, eseguite con la mente ribelle e quindi sempre sveglia, ve ne sono alcune che ritengo particolarmente ben riuscite. Non occorre innamorarsi del proprio autore o delle sue idee per tradurre bene il suo testo.

 

Progetti autoriali miei? Io scrivo, certo. Traduco le parole altrui e scrivo le mie. In fondo anche questo è un aspetto dell’eclettismo di cui parlavamo prima. Le parole che traduco vengono pubblicate, ed io vivo grazie a questo. Le parole mie, per il momento, non sono pubblicate – e io non sento nessuna urgenza di andare in quella direzione. Almeno per adesso è un’attività personale, uno spazio intellettuale molto privato e silenzioso. C’è chi dipinge senza fare mostre, chi suona senza dar concerti e chi scrive senza pubblicare. Semplicemente per chiarirsi le idee e mettere a fuoco i pensieri. Per concedersi una vacanza dai vincoli della scrittura traduttiva. Senza scadenze, prendendosi tutto il tempo che occorre.  Un piacere sottile, per chi fa il traduttore di mestiere …