Il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi si è intrattenuto più volte e profondamente intorno alla teoria e la pratica della traduzione. Si può dire che la produzione letteraria, segnatamente la poesia, di Leopardi si sia giovata del vasto esercizio traduttivo (l’autore de Le ricordanze aveva appreso il greco, l’ebraico e altre lingue quali francese, sanscrito, inglese, spagnolo, tedesco e yiddish) e che la prassi poetica abbia a sua volta stimolato proficuamente la riflessione intorno alla traduzione.

Una collezione delle riflessioni di Leopardi sulla pratica e la teoria della traduzione è stata pubblicata nel libro di Manuale del traduttore, a cura di Bruno Osimo e Federica Bartesaghi. Un interessante contributo al riguardo è anche l’articolo di Jean-Charles Vegliante, Il tradurre come “pratique-théorie” nell’opera poetica e filosofica di Leopardi, che è possibile scaricare qui.

Tra le traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi introduttivi e di note, del Leopardi ricordiamo gli Scherzi epigrammatici, la Batracomiomachia, gli Idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell’Odissea, la Traduzione del libro secondo dell’Eneide e la Titanomachia di Esiodo.

Ma, a sua volta, ovviamente anche Leopardi è stato tradotto. Notava nel 2012 il filosofo belga Michel André in un suo articolo su Books, Le Leopardi de Pietro Citati: «Le poesie di Leopardi sono molto difficili da tradurre perché, in ragione della sua familiarità con i procedimenti della poesia antica e classica, di Petrarca e di Tasso, in lui quell’ “esitazione tra suono e senso” di cui parla Valéry si prolunga più efficacemente che in qualsiasi altro poeta moderno; ma anche, paradossalmente, a causa dell’uso deliberato che fa del vocabolario corrente, di quelle che lui, contrapponendole ai “termini”, chiama “parole”: parole semplici, veicolate dall’uso e portate dalla storia, piene di connotazioni e di significati latenti, che sono difficili da rendere in un’altra lingua». Beati, quindi, quelli che sanno l’italiano…